Titoli di Stato Usa: perché gli investitori preferiscono l’Europa

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I titoli di Stato Usa sono sotto pressione in questo inizio settimana, con i rendimenti a 10 anni che si aggirano intorno al 4,40%. Gli investitori non hanno gradito gli attacchi del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, al governatore della Federal Reserve, Jerome Powell. La prima bordata è arrivata giovedì scorso, in occasione dell’incontro che il capo della Casa Bianca ha avuto con la premier italiana Giorgia Meloni. Trump ha detto che, se deciderà di licenziare Powell, questi dovrà rapidamente lasciare la carica. Inoltre, ha contestato al presidente della Banca centrale americana di esitare a tagliare i tassi di interesse.

Il presidente statunitense è tornato all’assalto ieri in un post su Truth Social nel quale ha definito Powell “un grande perdente”. Dichiarazioni che avvelenano il clima nei rapporti tra due massime istituzioni del Paese. Peraltro, le dichiarazioni di Trump sono state accompagnate da quelle del consigliere di economico del governo Kevin Hassett, secondo cui è in corso una valutazione per rimuovere il numero uno della Fed.

In condizioni normali le pressioni per il taglio dei tassi di interesse sono positive per i Treasury statunitensi, in quanto costi di finanziamento più bassi rendono più attraenti le obbligazioni sul mercato dotate di una cedola maggiore. Inoltre, i titoli di Stato Usa sono considerati un bene rifugio quando i mercati azionari crollano. Stavolta però gli investitori rifuggono gli asset statunitensi.

 

Titoli di Stato Usa scaricati dal Giappone

Si è dibattuto nelle ultime settimane della vendita di titoli di Stato Usa da parte di investitori stranieri. Alcuni osservatori hanno ipotizzato che ci siano state grosse cessioni da parte cinese, come forma di ritorsione di Pechino ai dazi americani. Le ipotesi sono state però smentite dal segretario al Tesoro Usa Scott Bessent. Nelle ultime ore è emerso invece che una presa di posizione importante al riguardo potrebbe essere stata fatta dagli investitori giapponesi. Stando ai dati pubblicati dal Ministero delle finanze nipponico, gli operatori di mercato del Sol Levante hanno scaricato alcune obbligazioni estere, anche se non su una scala tale da spiegare l’impennata dei rendimenti.

“Le statistiche settimanali sui flussi internazionali di titoli mostrano che i principali investitori giapponesi sono stati venditori netti di obbligazioni estere a lungo termine, la maggior parte delle quali sono probabilmente titoli del Tesoro statunitensi, tra il 30 marzo e il 12 aprile”, ha detto Stefan Angrick, responsabile economico Giappone e mercati di frontiera di Moody’s Analytics. “Le vendite nette sono state pari a 3.100 miliardi di yen, pari a circa 21 miliardi di dollari”, ha aggiunto.

 

Gli investitori preferiscono l’Europa

Sul mercato del reddito fisso, gli investitori stanno cercando rifugio nelle obbligazioni europee, che in questo periodo riscuotono maggiore fiducia rispetto ai titoli di Stato Usa. Se l’economia statunitense viene vista in recessione, per quella europea si ipotizza un rilancio grazie ai piani miliardari di spesa della Germania. Negli ultimi giorni, i rendimenti dei Bund tedeschi si sono contratti, dando prova di stabilità. Inoltre, gli investitori ritengono che la Banca centrale europea abbia un percorso chiaro per continuare a tagliare i tassi dopo la settima riduzione consecutiva della scorsa settimana, al contrario della Fed, frenata da un’inflazione insidiosa che potrebbe inasprirsi con i dazi di Trump.

“Le obbligazioni a breve termine della Germania potrebbero subire una lieve correzione dopo il recente rally, ma anche così sono pronte a mantenere gran parte dei recenti guadagni a seguito della notevole svolta accomodante della Bce della la scorsa settimana”, ha affermato Ven Ram, macro strategist a Dubai di Bloomberg. Chris Zaccarelli, direttore degli investimenti di Northlight Asset Management, ha commentato che è in corso un rimpatrio da parte degli investitori europei di alcuni dei loro investimenti negli Stati Uniti. “Ci aspettiamo che questa tendenza continui fino a quando le politiche tariffarie e altre politiche anti-globalizzazione verranno seriamente discusse”, ha aggiunto.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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