Titoli di Stato USA: rendimenti a massimi da 3 anni, cosa significa per mercati?

Titoli di Stato USA: rendimenti a massimi da 3 anni, cosa significa per mercati?

Titoli di Stato USA: rendimenti ai massimi da 3 anni

Il rendimento dei titoli di Stato USA a 10 anni viaggia in prossimità del 2,80%, livello più alto mai raggiunto negli ultimi 3 anni. Il mercato sta scontando le aspettative di una politica estremamente aggressiva da parte della Federal Reserve sul fronte dei tassi d’interesse. Le ultime dichiarazioni di Jerome Powell sono accompagnate da un tono che lascia pochi dubbi sulle reali intenzioni dell’istituto monetario, facendo presagire che i prossimi rialzi dei tassi potrebbero essere di mezzo punto percentuale alla volta.

Il Governatore della Banca Centrale USA ha ormai dichiarato guerra all’inflazione, che corre inarrestabile negli Stati Uniti attestandosi al 7,9%, top degli ultimi 40 anni. Secondo gli economisti interpellati dalla società americana di analisi e ricerca FactSet, l’indice dei prezzi al consumo del mese di marzo sarà dell’8,4%. Questo renderebbe ancora più urgente un intervento di stroncamento di Powell.

 

Titoli di Stato USA: la curva dei rendimenti segnala recessione

I timori di una politica monetaria particolarmente restrittiva da parte della Fed hanno fatto invertire i rendimenti della curva dei T-note, con gli investitori che hanno venduto Treasury a breve scadenza facendone salire il rendimento e acquistato bond a lunga scadenza facendo viceversa scendere i tassi.

Quando si verifica una situazione del genere è perché il mercato avverte una grande tensione e richiede un rendimento più elevato per prestare denaro nel breve termine, mentre nel lungo termine scommette sul fatto che la Fed taglierà i tassi per far riprendere l’economia in fase recessiva. Ed è proprio il pericolo di una recessione che viene segnalato normalmente in una curva dei tassi invertita. Bisogna però precisare che il segnale d’allarme non sempre poi verrà tramutato in una recessione, quantomeno con un tempistica immediata. A volte da quando vi è l’alert fino al momento in cui l’economia regredisce possono passare anche 2 anni.

Secondo Paul Jackson, responsabile globale della ricerca sull’asset allocation di Invesco, quest’anno non ci sarà alcuna recessione, sebbene gli effetti dell’aumento dei prezzi si stiano facendo sentire sull’economia. Le sue aspettative sono per una crescita del 3% nel 2022, in diminuzione rispetto al 4% pronosticato precedentemente. Ha aggiunto anche che i timori recessivi ritorneranno periodicamente quest’anno destando preoccupazioni.

La guerra Russia-Ucraina probabilmente sarà determinante, in quanto legata a doppio filo con il discorso inflattivo e quindi con le decisioni della Fed sui tassi. Un’escalation nel conflitto comporta inevitabilmente un’ulteriore pressione sui prezzi delle materie prime, attraverso lo strozzamento dell’offerta. Questo complica il lavoro della Banca, che sarà costretta a intervenire in maniera più rigorosa, con il rischio di impattare negativamente sull’economia.

Nel fine settimana, il Presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, ha dichiarato che l’istituto centrale sarà in grado di controllare l’inflazione senza generare gravi danni all’economia. Se così fosse, una recessione sarebbe scongiurata. In base a quello che ci sta dicendo la curva dei rendimenti dei titoli di Stato USA, il mercato non sembra molto convinto.

 

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