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UBS-Credit Suisse: ecco i dettagli di come funziona l’acquisizione

UBS-Credit Suisse: come funziona l'acquisizione

La fusione tra UBS-Credit Suisse ha destato molto scalpore, per tutta una serie di aspetti che sconfinano anche in questioni legali molto delicate. La domenica del 19 marzo 2023 la prima e la seconda banca svizzera hanno deciso di integrarsi, dopo un lavoro certosino svolto dalle autorità di regolamentazione svizzere, che temevano altrimenti il peggio per il sistema bancario del Paese. Alla fine tutte le parti coinvolte hanno reputato che l’acquisizione di Credit Suisse da parte di UBS sia stata la soluzione più indolore, in confronto a una vendita a mani straniere, alla nazionalizzazione attraverso il bail-in o addirittura alla liquidazione della disastrata banca con sede a Zurigo.

Il governo svizzero ha richiamato lo stato di emergenza, scatenando polemiche tra alcuni giuristi come Marcel Niggli, uno dei più noti professori di diritto penale in Svizzera, che ha lanciato accuse molto pesanti. L’esperto ha riportato le dichiarazioni fatte da esponenti dell’esecutivo, che affermano come i problemi di Credit Suisse si conoscessero da tempo. “Se non si percepisce l’emergenza come tale, ma si sa in anticipo che accadrà, allora non è più una vera emergenza. Neghi lo stato di emergenza che tu stesso hai dichiarato. Questo è di per sé contraddittorio”, ha affermato Niggli.

 

UBS-Credit Suisse: come si è arrivati alla fusione

Una settimana prima dell’accordo tra i due istituti elvetici, UBS aveva lanciato un’offerta per acquisire Credit Suisse a 0,25 franchi per azione, corrispondenti a una valutazione 1 miliardo di franchi. Il Consiglio di Amministrazione di Credit Suisse aveva però respinto la proposta giudicandola non congrua. Durante la settimana è successo di tutto. Mercoledì 15 marzo la Banca Nazionale Saudita (BNS), primo azionista dell’istituto svizzero con una partecipazione del 9,88%, ha dichiarato che non avrebbe più investito sulle azioni Credit Suisse. La quota nella banca elvetica BNS l’aveva acquisita nell’ultimo aumento di capitale di 4 miliardi di franchi. In quell’occasione, l’istituto arabo aveva aperto la strada a un nuovo investimento fino a 1,5 miliardi di franchi, salvo poi rinnegare tutto sollevando questioni di carattere normativo.

Quanto è bastato per fare affondare le azioni Credit Suisse, che hanno bruciato miliardi a livelli preoccupanti. A nulla è servito l’intervento della Banca centrale svizzera, che ha fornito una linea di credito da 50 miliardi di franchi alla banca. Lo scoppio della crisi finanziaria negli Stati Uniti, con il fallimento di tre importanti banche, è stato il colpo di grazia finale.

Sia UBS che Credit Suisse erano titubanti per un’aggregazione. La prima temeva di porsi in cattiva luce nei confronti degli investitori caricandosi i problemi della banca minore. La seconda invece preferiva risolvere i problemi da sola, in base al piano di rinascita che aveva realizzato l’amministratore Ulrich Koerner. Alla fine la fusione è sembrata l’unica strada percorribile.

 

UBS-Credit Suisse: i termini dell’accordo

Dal comunicato di UBS si legge che con l’acquisizione, gli azionisti di Credit Suisse riceveranno 1 azione UBS per ogni 22,48 azioni Credit Suisse detenute, a un prezzo di 0,76 franchi. Ciò corrisponde a una cifra complessiva di 3 miliardi di franchi, il triplo rispetto all’offerta di una settimana prima. Dalla fusione si stima che ci sarà una riduzione dei costi di oltre 8 miliardi di dollari entro il 2027.

La transazione non è soggetta all’approvazione degli azionisti delle due banche, tantomeno da parte delle autorità di regolamentazione Finma, Swiss National Bank e Dipartimento federale delle finanze svizzere. La nuova entità avrà Colm Kelleher come presidente, mentre l’attuale amministratore delegato di UBS Ralph Hamers svolgerà il ruolo di CEO. Nessuna carica invece per il CEO di Credit Suisse, Ulrich Koerner, che ha fallito nell’obiettivo di far rinascere la banca.

 

UBS-Credit Suisse: l’annullamento delle obbligazioni AT1

Nell’ambito della fusione, il regolatore finanziario Finma ha ordinato la cancellazione di obbligazioni AT1 per un valore complessivo di 16 miliardi di franchi. Le Additional Tier 1 sono titoli che non hanno scadenza e lasciano all’emittente la facoltà di rimborso in qualsiasi momento. La denominazione allude al fatto che vengono convertire in azioni, partecipando al rischio aziendale, se il Tier 1 ratio della banca scende sotto una certa soglia.

Il rischio per i detentori di questi titoli è elevato, in quanto tra l’altro si tratta di obbligazioni subordinate, ovvero che vengono rimborsate in caso di liquidazione o scioglimento aziendale dopo le obbligazioni ordinarie. Per questo il rendimento è più alto. La decisione di Finma ha sollevato un vespaio di polemiche, dal momento che ha contravvenuto alla regola che vuole la partecipazione alle perdite aziendali prima degli azionisti e poi degli obbligazionisti.

 

UBS-Credit Suisse: le garanzie

Per l’acquisizione di Credit Suisse, UBS ha ottenuto una serie di garanzie. Innanzitutto, l’accesso a una liquidità extra da parte della Banca centrale svizzera per una cifra di 100 miliardi di franchi. In secondo luogo, il governo ha assicurato la copertura di perdite per 9 miliardi di franchi derivanti da esuberi, cause legali e minusvalenze da cessioni di asset. Inoltre, UBS avrà uno schermo legale per le varie cause, con la possibilità di derogare alle norme che stabiliscono sei settimane di tempo ai soci per avallare transazioni di questa natura. Infine, vi è l’applicazione di condizioni sospensive nel caso in cui i Cds di Credit Suisse raggiungano livelli troppo alti.

 

I posti di lavoro a rischio

Dall’integrazione tra i due colossi bancari svizzeri nasce uno dei più grandi gruppi finanziari europei. Tuttavia, si apre il tema degli esuberi, che secondo l’Associazione svizzera degli impiegati di banca (Aseb) ammonterebbero a circa 10 mila unità. Una cifra che ha fatto scattare il sindacato svizzero dei bancari, che ha proposto al governo un immediato tavolo politico per affrontare il problema. “Nessuna decisione dovrebbe essere presa prima che le parti sociali siano coinvolte nelle discussioni. Per i circa 17mila dipendenti del Credit Suisse in Svizzera, la posta in gioco è enorme”, si legge in una nota.

 

Alla fine chi paga?

Dalla disfatta di Credit Suisse hanno avuto la peggio sicuramente gli obbligazionisti AT1, che promettono battaglia anche in Tribunale per la decisione molto contestata di annullare il valore dei titoli di cui erano proprietari. In buona parte pagheranno i manager di Credit Suisse, dal momento che hanno visto congelarsi i loro bonus. Ma il conto salato rischia di cadere sulle spalle dei contribuenti svizzeri. Se dovessero azionarsi tutte le garanzie messe in piedi dalle autorità svizzere, a ogni cittadino tutto ciò costerebbe in media 12.500 franchi.

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