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USA-Cina: ecco cosa cambierà dopo le elezioni USA

USA-Cina: ecco cosa cambierà dopo le elezioni USA

I rapporti USA-Cina sono stati soggetti a profonde trasformazioni negli ultimi anni. Quando Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca nel 2016 ha fatto dei dazi sulle importazioni cinesi un cavallo di battaglia. Le prime tariffe sono state applicate nel 2018 e hanno colpito un gran numero di prodotti, in particolare quelli su cui Pechino è molto forte, come pannelli solari, batterie e dispositivi elettronici. Nei due anni successivi Trump ha intensificato l’attacco incrementando le imposte doganali fino a oltre il 25% del prezzo del prodotto. La reazione della Cina non si è fatta attendere, con dazi che hanno colpito i prodotti americani, specialmente quelli agricoli e alimentari .come maiali, noci, frutta e soia, ma anche alluminio e acciaio.

Con l’avvicendamento alla presidenza degli Stati Uniti a seguito delle elezioni del 2020 che hanno decretato la vittoria di Joe Biden, molti pensavano che le tensioni tra Washington e Pechino si sarebbero stemperate. Invece non solo Biden non ha toccato le tariffe imposte dal suo predecessore, ma ha presentato il 14 maggio scorso un piano di inasprimento che partirà questa estate. Le misure colpiranno alcuni settori chiave come le auto elettriche, i cui dazi verranno quadruplicati al 102,5%.

 

USA-Cina: il quadro economico dopo le elezioni presidenziali

Le prossime elezioni americane del novembre 2024 stanno alimentando il dibattito tra gli esperti di mercato su cosa cambierà effettivamente a livello economico nei rapporti tra USA-Cina in caso di vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Prima di tutto, però, bisogna partire dall’assunto che gli Stati Uniti si trovano in una posizione di relativo vantaggio rispetto alla seconda superpotenza economica mondiale, in quanto sono molto meno dipendenti da Pechino. Se ad esempio prendiamo il settore delle auto elettriche, su cui Biden ha agitato la scure dei dazi al 102,5%, le importazioni americane dalla Cina sono davvero basse per via del clima ostile a livello politico che le aziende cinesi trovano ai loro piani di espansione.

Un caso emblematico è quello del colosso cinese BYD, diventato il più grande venditore al mondo di veicoli a batteria. L’azienda si sta allargando al di fuori della Cina, specialmente in Europa, ma non ha attecchito negli Stati Uniti. Anche sul fronte di un altro comparto cruciale come quello dei chip, l’import USA dalla Cina è molto ridotto. Dai dati riportati da Simone Obrizzo, portfolio manager di AcomeA SGR, su un totale di 427 miliardi di dollari di beni esportati negli Stati Uniti dalle aziende cinesi, appena 3 miliardi di dollari fanno riferimento ai semiconduttori. Viceversa, le misure restrittive americane hanno ben altro risonanza sull’economia del Dragone, più strettamente legata ai prodotti americani soprattutto sul fronte tecnologico. Tutto ciò porterebbe a pensare che sia che vinca Trump sia che a spuntarla sia Biden, le ritorsioni cinesi saranno più contenute.

Ci sono però altri due fattori da considerare. Il primo è l’inflazione. Un maggiore protezionismo significa prediligere i beni prodotti internamente rispetto a quelli importati. Tuttavia si rischiano spirali inflazionistiche, risvegliando ‘incubo del carovita e delle restrizioni monetarie. Trump ha dichiarato che intende applicare dazi generalizzati del 60% in caso di vittoria elettorale; una soluzione che Biden non ha voluto mettere in pratica proprio per tenere conto degli effetti sull’inflazione, preferendo invece un inasprimento mirato.

L’altro aspetto da tenere presente sono i posti di lavoro. “Il Global Trade Alert ha valutato che tra gli Stati chiave per le elezioni del 2024 – Georgia, Arizona, Wisconsin, Pennsylvania, Nevada, Michigan, North Carolina – ci sono circa 60 mila posti di lavoro direttamente collegati alle esportazioni verso la Cina” ha scritto nel suo report Obrizzo di AcomeA. Questo implica che una ritorsione cinese potrebbe avere un certo impatto sull’occupazione americana.

Secondo Erin Browne e Emmanuel S. Sharef, che fanno parte del team multi-asset di PIMCO, una vittoria dei repubblicani alle presidenziali di novembre comporterà probabilmente politiche inflazionistiche, con un aumento dei dazi doganali. Se al contrario dovessero spuntarla i democratici, i dazi verrebbero applicati in modo tattico, sottolineano gli esperti.

 

Cosa cambierà per i mercati finanziari

I rapporti USA-Cina che seguiranno alle votazioni di novembre potrebbero avere delle ricadute importanti sui mercati finanziari. Durante la presidenza Trump, dal 20 gennaio 2017 al 20 gennaio 2021, l’indice S&P 500 a Wall Street ha guadagnato il 70,16%, mentre l’Hang Seng della Borsa di Hong Kong è salito del 30% nello stesso periodo. Da quando Joe Biden è in carica, invece, i due benchmark americano e cinese hanno realizzato una performance rispettivamente del +39,64% e -36,48%.

I due periodi storici non possono essere paragonati, perché negli ultimi quattro anni sono accaduti eventi di portata storica in grado di alterare notevolmente l’andamento del mercato. Basti ricordare la pandemia nel 2020, l’inflazione USA più aggressiva degli ultimi 40 anni, le guerre in Ucraina e Medio Oriente, ma soprattutto la più feroce repressione normativa da parte delle autorità cinesi nei confronti delle grandi aziende nazionali – particolarmente tecnologiche e immobiliari – che ha affossato le quotazioni in Borsa.

In teoria, una vittoria di Trump e un conseguente atteggiamento più sfrontato verso il rivale cinese, potrebbero mettere in subbuglio le azioni delle società cinesi quotate in patria e anche a Wall Street; mentre con Biden un approccio tendenzialmente più misurato potrebbe lasciare maggiore spazio alla ripresa dei mercati cinesi come sta avvenendo da inizio anno. In realtà, i fattori da considerare sono molti, soprattutto a livello geopolitico, con la questione Taiwan che rappresenta un terreno di scontro tra le due superpotenze i cui effetti rischiano di essere disastrosi anche per i mercati finanziari.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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