Dopo una nuova potenziale apertura, spinta da un ipotetico incontro a tre tra il presidente americano Donald Trump e l’omologo cinese, Xi Jinping, e russo, Vladimir Putin – incontro che poi è stato annullato perché secondo Trump sarebbe stato “sprecato” – gli Stati Uniti sono tornati a utilizzare il “pugno duro” nei confronti della Russia.
Petrolio, le nuove sanzioni Usa alla Russia
Due giorni fa il Dipartimento del Tesoro americano ha deciso di irrogare nuove sanzioni alla Russia, colpendo due grandi colossi petroliferi del settore: Rosneft e Lukoil. Nel dettaglio, le nuove sanzioni impediscono alle entità americane di effettuare transazioni proprio verso le due compagnie. E non è finita qui, in quanto anche le banche straniere che facilitassero simili transazioni sarebbero colpite da sanzioni.
“Ora è il momento di fermare le uccisioni e di un cessate il fuoco immediato”, ha dichiarato il segretario del Tesoro Scott Bessent. “Dato il rifiuto del presidente Putin di porre fine a questa guerra insensata, il Tesoro sta sanzionando le due maggiori compagnie petrolifere russe che finanziano la macchina bellica del Cremlino. Il Tesoro è pronto a intraprendere ulteriori azioni, se necessario, per sostenere gli sforzi del presidente Trump per porre fine a un’altra guerra. Incoraggiamo i nostri alleati a unirsi a noi e ad aderire a queste sanzioni”, ha aggiunto Bessent. Parole e sanzioni che non spaventano il presidente russo Putin che ha dichiarato: “Non ci sarà impatto sull’economia russa”.
La Cina abbandona la Russia?
Fin qui nulla di sorprendente rispetto al passato. Il fattore che stupisce infatti è un altro: la posizione della Cina, che da sempre assieme all’India, è sempre stata considerata un “porto sicuro” per la Russia, un importatore alternativo grazie al quale Mosca poteva aggirare, almeno in parte, la stretta occidentale. Ma ora qualcosa sta cambiando.
Secondo quanto rivelato da Reuters, in seguito alle nuove sanzioni degli Stati Uniti alla Russia le principali compagnie petrolifere statali cinesi, fra cui PetroChina, Sinopec, Cnoo e Zhenhua Oil, hanno sospeso gli acquisti di petrolio russo trasportato via mare. Una mossa in controtendenza che segue un altro identico schema: quello indiano. Anche le raffinerie del Paese guidato dal primo ministro Narendra Modi, maggior acquirente di petrolio russo trasportato via mare, sono infatti pronte a ridurre drasticamente le loro importazioni di greggio da Mosca.
Peraltro, le fonti di Reuters sottolineano che le compagnie cinesi hanno registrato acquisti intorno ai 250-500 000 barili al giorno da Rosneft/Lukoil per il 2025, ma molti di questi acquisti erano già mediati attraverso intermediari. Inutile quindi dire che il prezzo del petrolio, è andato incontro un importante rally, facendo registrare un salto di oltre il 5% per il Brent dopo l’annuncio.
La domanda sorge spontanea: “La Cina abbandona la Russia?”. La risposta sintetica è: non ancora, ma quel “non ancora” è significativo. Perché indica che il rapporto è in evoluzione. Non è più sufficiente che la Russia possa contare automaticamente sul sostegno energetico della Cina come se nulla fosse cambiato.
In un mondo nel quale le sanzioni energetiche rappresentano non solo una clava ma una testata psicologica ed economica, ogni passo conta. E se la Cina intraprende la strada della modulazione — del “ti sostengo, ma fino a un certo punto” — allora l’alleanza russo-cinese perde parte della sua inviolabilità. E questo è, nei fatti, un cambiamento sostanziale.
La Russia rimane un colosso energetico, ma oggi è in una fase in cui il margine di manovra si restringe: la Cina non ha fatto un passo formale verso l’uscita dal rapporto, ma ha alzato le proprie controparti e, forse, ha iniziato a negoziare da una posizione più forte. E per la Russia, è un campanello d’allarme: che il porto sicuro di un alleato così grande e vicino non è più garantito.









