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Banche: 4 grandi punti deboli dall’aumento dei tassi d’interesse

Banche: 4 grandi punti deboli dall'aumento dei tassi d'interesse

La fine della politica monetaria accomodante da parte delle Banche centrali con l’obiettivo di combattere l’inflazione galoppante aveva fatto esultare gli istituti di credito. Anni di tassi bassi o nulli avevano ridotto la redditività delle banche quanto alla componente principale di business, ossia il margine di interesse. Quando le autorità monetarie hanno iniziato ad alzare i tassi d’interesse, sono fioccati i guadagni. Ciò avviene perché di norma il trasferimento del rialzo del costo del denaro è più rapido nei tassi che le banche applicano sui mutui e finanziamenti concessi rispetto a quelli riconosciuti ai depositanti.

In realtà questo stato di grazia si è rivelato illusorio, perché gli effetti collaterali di tassi più alti sono stati diversi e hanno portato alla peggiore crisi bancaria dal 2008. Il mese di marzo infatti è stato un incubo, con tre banche americane che sono fallite – Silvergate Capital, Silicon Valley Bank e Signature Bank – e una quarta che annaspa, First Republic Bank, mentre in Svizzera la storica Credit Suisse è ricorsa a un salvataggio di emergenza grazie alla fusione con UBS.

 

Banche: ecco i principali rischi con l’aumento dei tassi d’interesse

I tassi d’interesse più alti hanno messo in luce alcuni grandi punti deboli delle banche che per diverso tempo sono rimasti nascosti. Il primo riguarda le perdite sui portafogli obbligazionari. Secondo i dati della Federal Reserve, alla fine del 2022 gli istituti di credito avevano in bilancio 620,4 miliardi di dollari di perdite non realizzate, compresi 340,9 miliardi di dollari su obbligazioni che non prevedevano di vendere. Con l’aumento dei rendimenti sul mercato è sceso il prezzo dei titoli in portafoglio, per la correlazione inversa che lega i rendimenti ai prezzi dei bond.

Le norme contabili americane permettono di non tenere conto delle perdite non realizzate negli utili e nei coefficienti patrimoniali. Questo significa che, nel momento in cui le banche sono costrette a cedere gli asset per far fronte a esigenze di liquidità, emerge una situazione contabile molto differente rispetto a quella che figura nei bilanci. In Europa la situazione è diversa, perché il capitale regolamentare riflette l’effetto dei tassi d’interesse sulla maggior parte delle obbligazioni. Quindi il contesto di bilancio risulta essere più chiaro nell’identificare il reale stato di salute delle banche.

Il secondo punto debole attiene ai prestiti a tasso fisso. Le banche che hanno concesso in maggiore misura finanziamenti a tasso variabile hanno adeguato l’onere che applicano ai clienti all’aumento dei tassi d’interesse, aumentando così gli utili nel 2022. Le aziende di credito che viceversa si sono affidate maggiormente ai prestiti a tasso fisso hanno di fatto posto un freno alla redditività, considerato soprattutto che nel frattempo i costi per finanziarsi sono aumentati. In Europa in questo caso la situazione è più critica. Secondo i dati rilasciati dalla Banca centrale europea, i mutui a tasso fisso rappresentano ancora tre quarti del totale. Mentre negli USA nei bilanci bancari vi è il 36% di mutui a tasso variabile in base ai dati della Federal Deposit Insurance Corp.

Il terzo punto debole riflette i deflussi dei depositi. Proprio questo è stato l’innesco per il crollo delle banche statunitensi. Con l’aumento dei rendimenti sul mercato, i depositanti hanno accelerato la corsa a prelevare il proprio denaro presso gli istituti di credito per impiegarlo in maniera più remunerativa. Questo ha messo le banche di fronte a un ventaglio di soluzioni:

 

  • chiedere liquidità presso la Banca centrale o il sistema bancario, il che con l’aumento dei tassi d’interesse comporta oneri più elevati;
  • vendere i titoli nell’attivo patrimoniale cristallizzando le perdite come detto sopra;
  • riconoscere un rendimento maggiore ai depositi, diminuendo in questo modo la redditività aziendale.

 

Per arginare i deflussi, le autorità regolamentari statunitensi hanno garantito una linea di credito ulteriore alle banche in difficoltà, mentre si discute di elevare il limite di 250 mila dollari per l’assicurazione dei depositi.

Il quarto punto debole riguarda i costi di rifinanziamento. Questo è un problema che nasce dalla discutibile decisione della Finma, l’autorità di regolamentazione svizzera, che ha annullato 16 miliardi di franchi di obbligazioni AT1 emesse da Credit Suisse contestualmente alla fusione con UBS. Ciò ha posto un freno alle banche nel richiamare sul mercato i titoli, che ricordiamo non hanno scadenza, per emetterne di nuovi a tassi più alti. In media le banche europee detengono un’esposizione AT1 equivalente al 2,2% delle loro attività ponderate per il rischio, sebbene per alcuni istituti la cifra sia nettamente superiore, come per Julius Baer (7,2%) e Barclays (3,9%).

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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