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Banche USA: la Fed inasprisce le regole patrimoniali

Banche USA: dalla Fed regole patrimoniali più severe per le più grandi

Le grandi banche USA saranno sottoposte a regole sui requisiti patrimoniali più severe. È quanto emerge dal piano presentato da Michael Barr, vicepresidente per la supervisione della Federal Reserve, secondo cui le autorità di regolamentazione hanno la necessità di rafforzare la resilienza del sistema finanziario dopo i fallimenti avvenuti quest’anno. A partire dal mese di marzo sono crollate Silvergate Capital, Silicon Valley Bank e Signature Bank mentre la First Republic Bank è stata salvata in extremis dall’acquisizione da parte di JPMorgan Chase.

Nel piano, Barr ha inserito un livello più elevato di riserve che le banche più importanti devono detenere in modo da soddisfare requisiti di vigilanza più stringenti, precisando di non voler rivedere il quadro patrimoniale degli istituti di credito, bensì di voler attuare un accordo internazionale sul capitale delle banche e aumentare gli stress test annuali. Ciò in un contesto in cui le aziende di credito con un patrimonio superiore a 100 miliardi di dollari saranno sottoposte a regole patrimoniali più rigorose (fino a ora erano state considerate solo le banche con patrimoni minimi di 700 miliardi) senza allentare le attuali misure per le banche di importanza sistemica.

Allo stato attuale la maggior parte delle banche è sufficientemente capitalizzata per soddisfare i nuovi standard previsti dal piano, ha sottolineato il vicepresidente per la supervisione. Gli istituti finanziari che invece dovrebbero adeguarsi aumentando il capitale lo potrebbero fare non distribuendo gli utili per meno di due anni e mantenendo i dividendi per gli investitori.

 

Banche USA: le trimestrali diranno quanto sono solide

Il messaggio arriva alla vigilia delle trimestrali che le principali banche USA pubblicheranno a partire da venerdì. Le prime a scendere in campo saranno JP Morgan, Citigroup e Wells Fargo, poi sarà il turno di Bank of America e Morgan Stanley il 18 luglio e di Goldman Sachs il 19 luglio. L’attesa è molto alta visto che tutti gli istituti hanno superato brillantemente gli stress test annuali della Fed ma hanno dovuto fare i conti con alcune aree di sofferenza del business.

I prestiti derivanti da mutui alle famiglie e finanziamenti alle imprese sono in calo per via dell’aumento dei tassi d’interesse mentre le condizioni di mercato non ideali hanno ridotto le operazioni di IPO e M&A ridimensionando le commissioni di consulenza delle banche. Infine, il settore immobiliare rappresenta una seria preoccupazione per il business degli istituti di credito, per effetto dei tassi più alti che frenano i mutui e della crescita dello smart working che limita l’acquisto e l’affitto degli uffici.

Tuttavia, le big bank hanno un vantaggio rilevante rispetto alle più piccole: sono in grado di tenere i rendimenti sui depositi bassi in un contesto di tassi crescenti. Questo perché i risparmi in fuga dalle banche più piccole a causa della crisi bancaria hanno trovato riparo nei depositi delle banche più grandi. Perciò, queste ultime non sono state costrette ad aumentare i rendimenti sui depositi per attirare clienti. Nel contempo hanno incrementato i tassi su mutui e prestiti accrescendo la marginalità sugli interessi.

“Nel terzo e quarto trimestre le banche hanno ottenuto ingenti guadagni dal margine di  interesse” ha sottolineato Chris Kotowski, analista di ricerca presso Oppenheimer. Tuttavia, le stesse banche “ora dovranno restituire una parte di quanto incamerato” aumentando i tassi sui depositi.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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