BCE vs Fed: cosa rimane dopo la prima riunione 2025?

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Banca centrale europea (BCE) e Federal Reserve (Fed) hanno concluso la loro prima riunione del 2025 questa settimana, trasmettendo entrambe la stessa sensazione agli investitori: l’inflazione è ancora ostica e la politica monetaria non sarà troppo accomodante.

Christine Lagarde, governatrice della BCE,  ha segnalato come l’inflazione dei servizi non si stia attenuando come le altre componenti del carovita, per quanto tutti gli indicatori dei salari al momento si stiano dirigendo verso il basso. “Ne stiamo prendendo atto e riconoscendo l’impatto che avrà sui servizi”, ha detto.

La presidente ha ribadito che l’inflazione dei servizi è l’ultimo ostacolo da superare che sta ancora resistendo tenacemente. In passato la Lagarde aveva detto che questo tipo di inflazione non ha bisogno di rallentare al 2% per essere compatibile con quella complessiva, ma che deve sicuramente scendere in modo significativo perché un livello al 4% preoccupa i funzionari di Francoforte.

Il numero uno della Fed, Jerome Powell, ha riferito che con l’inflazione negli Stati Uniti al di sopra del target del 2%, la Banca centrale aspetterà segnali di discesa, accompagnati da quelli di debolezza sul mercato del lavoro, prima di diventare più accomodante. In USA però c’è un ostacolo in più da affrontare sul fronte dei prezzi, ossia la politica commerciale a base di dazi del presidente Donald Trump, che potrebbe alimentare nuovamente la risalita del costo della vita. “Il Fomc è in attesa di vedere quali politiche verranno attuate”, ha riferito il banchiere centrale davanti ai giornalisti. “Dobbiamo lasciare che queste politiche vengano attuate prima di poter anche solo iniziare a fare una valutazione plausibile di quali saranno le loro implicazioni per l’economia”.

 

La BCE taglia, la Fed no

Come era nelle attese, la BCE ha tagliato di un quarto di punto i tassi di interesse, la Fed si è presa una pausa. In gioco però c’erano le indicazioni che le due banche avrebbero dato sulle prossime mosse. Quanti tagli ci saranno ancora in Europa e quanto lungo sarà il break dell’istituto centrale a stelle e strisce?

Il mercato sta prezzando 70 punti base di tagli BCE nel resto del 2025, in linea con il posizionamento della vigilia. In sostanza, gli investitori mantengono la convinzione che le sforbiciate dell’Eurotower quest’anno saranno in tutto quattro (compresa quella di oggi).

L’economia europea ancora preoccupa, sebbene Lagarde abbia dipinto un quadro più rassicurante. A suo avviso, la stagnazione del quarto trimestre 2024 è stata solo una parentesi in un contesto in cui l’economia è in recupero. Quanto alle ipotesi di stagflazione, l’ex numero uno del Fondo monetario internazionale ha rassicurato che non vede uno scenario in cui l’economia decresce e l’inflazione progredisce.

La Fed terrà un ritmo diverso rispetto alla BCE. Secondo il comunicato del Fomc rilasciato al termine del meeting terminato ieri, le decisioni di politica monetaria dipenderanno dal tasso di disoccupazione e dall’inflazione. Il primo si è stabilizzato su livelli bassi, mentre la seconda resta un po’ elevata. “Non abbiamo fretta nel modificare il nostro orientamento di politica monetaria”, ha spiegato Powell. “Sappiamo che ridurre la restrizione troppo rapidamente o in misura eccessiva potrebbe ostacolare i progressi sull’inflazione. Allo stesso tempo, ridurla troppo lentamente o in misura insufficiente rischierebbe di indebolire eccessivamente l’attività economica e l’occupazione”.

La Fed non ha alcuna premura di modificare il percorso previsto per i tassi di interesse in maniera significativa. Almeno fino a quando non emergano novità dal punto di vista macroeconomico tali da richiedere un intervento deciso. Per la prossima riunione di marzo il CME FedWatch Tool stima una probabilità solo del 18% di un taglio dei tassi di interesse. A dicembre Powell aveva affermato che la Fed avrebbe abbassato il costo del denaro solo due volte nel 2025 e non tre come si aspettava il mercato. Da allora i trader non vanno oltre le indicazioni del governatore.

Rimane l’incognita Trump, non solo per quanto riguarda le politiche tariffarie ma anche in merito alle pressioni che il magnate esercita sulla Banca centrale. Nei giorni scorsi il presidente USA ha tuonato sull’incapacità della Fed di “fermare il problema che aveva creato con l’inflazione” e ha asserito che lo avrebbe fatto lui “riducendo le regole, spingendo per la produzione energetica americana, riequilibrando gli scambi commerciali internazionali e rilanciando la manifattura statunitense”.

È un copione che si ripete rispetto a quanto accadde durante il mandato presidenziale del 2016-2020. All’epoca il governatore della Fed diede prova di resistere alle pressioni, agendo secondo i tempi congeniali all’autorità monetaria. Ieri ha aggirato l’ostacolo davanti alle domande della carta stampata. “Non intendo fornire alcuna risposta o commento su quanto detto dal presidente. Non è opportuno che io lo faccia”, ha dichiarato. “Il pubblico può essere certo che continueremo a svolgere il nostro lavoro come abbiamo sempre fatto, concentrandoci sull’utilizzo dei nostri strumenti per raggiungere i nostri obiettivi e, in sostanza, mantenendo un basso profilo e lavorando sodo. Questo è il modo migliore per servire il pubblico”.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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