Borse globali: attenzione a questi 4 rischi, oltre i dazi

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L’andamento delle Borse globali continua a essere vulnerabile a una serie di shock sistemici che travalicano la dimensione strettamente economica. Oltre alle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, l’attenzione degli investitori dovrebbe concentrarsi su una gamma più ampia di minacce strutturali e geopolitiche che potrebbero compromettere profondamente la stabilità dell’economia mondiale. Amedeo Alentorn, lead investment manager Systematic Equities di Jupiter AM ne ha isolati 4 che potrebbero impattare sulle Borse globali:

 

  • Blocco dei rifornimenti di petrolio
  • Interruzioni nella fornitura di microchip
  • La sfiducia nel dollaro Usa
  • Il crollo immobiliare (legato al riscaldamento globale)

 

I 4 scenari che potrebbero mettere alla prova le Borse globali

Il blocco dello Stretto di Hormuz

Appena gli scenari mediorientali si complicano, e non capita di rado, investitori e analisti volgono lo sguardo preoccupati allo Stretto di Hormuz, dove transita il 20% del consumo globale di petrolio destinato alle grandi potenze mondiali (e non solo). Da lì, passaggio obbligato, l’oro nero arriva alla Cina, all’India, al Giappone, alla Corea del Sud, agli Stati Uniti, all’Europa. L’ultima volta che l’allarme rosso è suonato nell’area è stato dopo l’attacco di Israele all’Iran, poi coadiuvato anche dal bombardamento degli Stati Uniti.

Dopo lo shock iniziale l’Iran, sebbene depotenziato, è tornato a minacciare le potenze occidentali. Cosa succederebbe se lo Stretto di Hormuz venisse chiuso? Alentorn sottolinea come le rotte alternative non potrebbero soddisfare la richiesta globale. Come conseguenza il prezzo del petrolio aumenterebbe e le aziende scaricherebbero il maggior corso della materia prima sui clienti. L’inflazione aumenterebbe immobilizzando la mano di Jerome Powell, già poco propensa a tagliare i tassi di interesse. Le previsioni degli analisti, che si attendono almeno un intervento a settembre, verrebbero riviste e le Borse globali crollerebbero.

 

Mappa dello Stretto di Hormuz con Iran, Oman ed Emirati Arabi
Mappa geopolitica dello Stretto di Hormuz, punto strategico per il transito mondiale del petrolio, con evidenziati i rischi di blocco dei rifornimenti – fonte: Jupiter AM

 

Interruzioni nella fornitura di microchip

Se lo Stretto di Hormuz è un collo di bottiglia per il petrolio, Taiwan lo è per i microchip che fanno funzionare praticamente qualsiasi cosa. Nella piccola isola che fronteggia la Cina, non solo geograficamente, si produce il 90% della fornitura di chip più avanzati, come quelli per l’intelligenza artificiale. L’ipotesi di Alentorn è che tra Stati Uniti e Cina, che proprio in questi giorni stanno cercando di dialogare, si inneschi una escalation di guerra commerciale. “Trump impone che i chip fondamentali siano made in America. In risposta, la Cina inasprisce la regolamentazione dei semiconduttori. Società taiwanesi sospendono alcune spedizioni per evitare di violare le normative di entrambi i Paesi” spiega il manager di Jupiter AM. Come conseguenza i tempi di consegna dei chip si allungherebbero e le azioni delle società tecnologiche scenderebbero, trainando con loro gli indici globali.

 

La sfiducia nel dollaro Usa

Il re (dollaro) è nudo, o quasi. Il Big Beautiful Bill approvato dal Congresso Usa ha aumentato le preoccupazioni sul debito a stelle e strisce, sempre più sotto osservazione. A pesare sul biglietto verde ci sono poi i rischi di guerra commerciale e conseguente rallentamento economico nonché l’instabilità generata dal presidente statunitense Donald Trump. L’agenzia di rating Moody’s, che ha recentemente bocciato il merito di credito Usa retrocedendolo ad Aa1, prevede che il debito nazionale statunitense raggiungerà il 134% del Pil entro il 2035, senza considerare le riforme fiscali che aggiungeranno migliaia di miliardi di dollari alle passività a lungo termine del governo statunitense. Intanto, c’è chi ne approfitta, come i Brics+ “che hanno hanno lanciato un sistema di regolamento degli scambi su base diversa dal dollaro”.

La conseguenza? Secondo Alentorn potrebbero arrivare nuovi downgrade dalle agenzie di rating che impatterebbero sulla già vacillante fiducia degli investitori. Le Banche centrali straniere ridurrebbero le posizioni sul debito statunitense e la volatilità del mercato azionario crescerebbe. “Entro fine 2026 – prospetta il gestore – materie prime strategiche sono sempre più prezzate e regolate in altre valute e token, compromettendo la domanda di dollaro”.

 

Grafico del calo del dollaro rispetto a euro, yen e renminbi nel 2025
Il dollaro statunitense perde terreno rispetto a euro, yen e renminbi: un rischio per l’equilibrio valutario globale – Fonte: Jupiter AM

 

Riscaldamento globale e crollo immobiliare

L’innalzamento dei mari previsto entro il 2050 potrebbe portare a crisi immobiliari localizzate ma sistemiche. In molte città costiere, l’aumento del rischio fisico porterà le compagnie assicurative a ritirarsi, generando una spirale di svalutazione immobiliare simile a quella vista nel 2008. Le compagnie di assicurazione smettono di erogare polizze per le proprietà ad alto rischio e ottenere un mutuo diventa difficile.

I titoli garantiti da mutui ipotecari subiscono un riprezzamento e le proprietà nelle aree a rischio perdono valore: ecco la “crisi climatica dei titoli garantiti da mutui”, simile al 2008, ma che non può venire risolta con un salvataggio finanziario.

 

Come mettersi al riparo?

In un contesto di rischio diffuso e multipolare, gli investitori devono rivalutare le tradizionali strategie di asset allocation. L’approccio classico — una combinazione di titoli obbligazionari e azionari — non sembra più sufficiente per affrontare le sfide che l’economia mondiale sta per incontrare. Per questo motivo Alentorn consiglia di ampliare il grado di diversificazione nei portafogli attraverso strumenti alternativi.

Una delle strategie più promettenti in tal senso è quella rappresentata dai fondi azionari market neutral. “Una strategia azionaria market neutral punta a generare alpha, senza dipendere dalla direzione del mercato” conclude.

Immagine di Redazione

Redazione

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