Cina: 6 domande (e risposte) su accanimento verso le big tech

Cina: 6 domande (e risposte) su accanimento verso le big tech

Cina: 6 domande (e risposte) su accanimento verso le big tech

Lo scorso anno la Cina ha piazzato una delle più grandi campagne repressive della sua storia nei confronti delle aziende tecnologiche del Paese, spazzando via circa 1.500 miliardi di dollari di valore di mercato. A farne le spese sono stati soprattutto giganti tecnologici come Alibaba, Tencent e Didi che hanno ridimensionato enormemente la loro capitalizzazione. 

Tutto ciò è stato fatto in nome del principio della prosperità comune che il Premier cinese Xi Jinping sta portando avanti con estrema dedizione. Lo scopo è quello di sanificare l’economia del Dragone, ridistribuendo la ricchezza in maniera più equa. 

Molti si aspettavano che in questo 2022 l’accanimento della Cina verso le big tech sarebbe giunto a termine, ponendo le condizioni agli investitori di poter tornare a puntare sulle azioni in Borsa a prezzi molto convenienti. Così non è stato. Le Autorità di Pechino continuano a puntare il settore con misure repressive, penalizzando ulteriormente i titoli sul mercato. Vediamo di scoprirne le ragioni rispondendo a 6 domande sulla Cina e il suo accanimento verso le aziende tecnologiche.

 

Chi è il bersaglio di Pechino?

Per le Autorithy regolamentari della Cina chiunque venga percepito come una minaccia rientra nel mirino. Ovviamente quelli che ne hanno fatto le spese sono i grandi gruppi che esercitano un potere dominante e che determinerebbero iniquità sociali. Alibaba è caduta nella rete dell’Antitrust per effetto della condotta monopolistica nella sua attività di e-commerce. Lo stesso discorso vale per Meituan. La Cyberspace Administration ha preso di mira Didi nell’ambito della gestione di un’enorme quantità di dati. Mentre il Ministero dell’Istruzione ha bersagliato le società di tutoring per effetto dei lauti profitti che ottenevano dalle migliori università della Nazione.

 

Come avviene la repressione?

Gli strumenti adottati da Pechino sono diversi e variano dalle sanzioni, alle ispezioni, alle ordinanze, per finire alle ristrutturazioni aziendali forzate. Alibaba nel 2021 è stata tramortita da una multa di 2,8 miliardi di dollari per l’esercizio di pratiche monopolistiche e ha dovuto cambiare le sue pratiche di vendita. Meituan ha ricevuto l’imposizione di abbassare le tariffe della consegna del cibo che applicava ai ristoranti colpiti dalla pandemia, nonché di applicare almeno il salario minimo agli addetti alle consegne. 

Didi è stata messa talmente sotto pressione sotto il profilo della gestione dei dati che ha dovuto effettuare il delisting da Wall Street nel giugno 2021, proprio per non rischiare sanzioni pesanti. Tencent ha ricevuto l’ordine di rinunciare all’esclusiva sui diritti di streaming musicale. Mentre alle società di tutoring come TAL Education Group è stato imposto un’attività non profit e la limitazione delle discipline che potevano essere soggette a insegnamento.

 

Quanto hanno perso le big tech cinesi?

Da quando è iniziata la repressione, ossia da luglio 2022, le grandi società tecnologiche cinesi hanno bruciato circa 1.500 miliardi di capitalizzazione. Verso la fine di febbraio, solo Alibaba, Tencent e Meituan hanno polverizzato più di 100 miliardi di capitalizzazione in 3 giorni, sulle voci di un’altra ondata normativa da Pechino. In particolare le società di tutoraggio sono state massacrate in Borsa, con le azioni di TAL che il giorno in cui sono state attuate le modifiche hanno perso il 71%.

 

Qual è il vero motivo della repressione?

Gli osservatori di mercato pensano che il Partito Comunista cinese voglia ridimensionare il peso che hanno colossi come Alibaba e Tencent, che rappresenterebbero entità private su cui ha poco controllo diretto. In particolare le preoccupazioni vertono sulla grande raccolta di dati che tali società effettuano, che sono fondamentali per guidare gli obiettivi economici e geopolitici del Paese. In via generica, il partito sostiene che il boom online ha contribuito ad aumentare le disparità sociali in Cina e quindi il malcontento della popolazione. Cosa che potrebbe minacciare l’autorità dello Stato centrale.

 

Cosa bisogna aspettarsi ancora?

Pechino in questo momento sembra preoccupata per i rischi sistemici che potrebbero derivare da operazioni di fusioni e acquisizioni, il che metterebbe a repentaglio il dominio del Partito Comunista. Per tale ragione potrebbe incrementare il controllo sugli accordi di finanza straordinaria e imporre multe, come del resto ha già fatto per aggregazioni fatte anni fa. 

La raccolta dati è un altro tassello di estrema importanza per l’Autorità centrale. Secondo alcune voci, il Governo ha proposto un sodalizio tra lo Stato e i giganti della tecnologia, dove Pechino supervisiona la raccolta delle informazioni dai consumatori. 

L’Autorità pubblica tuttavia dovrebbe procedere con una certa cautela, pesando le proprie azioni per non compromettere alcune delle più grandi storie di successo aziendale in tutta la Cina. Ciò nonostante sono attese delle ristrutturazioni importanti della propria attività e dei cambiamenti significativi nella politica aziendale.

 

Come stanno rispondendo le big tech?

Le aziende tecnologiche cinesi stanno cercando di adeguarsi alle direttive del Governo, cercando di correggere le loro trasgressioni. Alcune IPO e certi accordi di M&A sono stati cancellati, mentre molti proprietari di grandi aziende hanno donato miliardi di dollari in beneficenza per allinearsi agli obiettivi di uguaglianza voluti dall’Amministrazione di Xi Jinping. 

Ad esempio, Lei Jun, co-fondatore di Xiaomi ha distribuito 2,2 miliardi di dollari in azioni a 2 fondazioni benefiche, mentre Wang Xing di Meituan ha ceduto una quota di 2,3 miliardi di dollari. Ma Huateng, numero uno di Tencent, ha stanziato 7,7 miliardi di dollari per la cura dei mali sociali e Zhang Yiming di ByteDance ha donato circa 77 milioni di dollari a un fondo per l’istruzione nella sua città natale.

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