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Cina: onshore è meglio che offshore, ecco perché

Il presidente della Cina XI Jinping

Come se non bastassero le sue dimensioni sproporzionate a livello geografico e demografico di “Cina” ne esistono due, almeno sui mercati azionari: una offshore e una onshore. La prima è composta dai titoli delle società quotate a Hong Kong e dalle American depository receipts (ADR) quotate sui mercati USA, la seconda dalle azioni di classe A quotate a Shanghai e Shenzen. Sono queste ultime ad aver fatto meglio nell’ultimo anno e mezzo. Per Brendan Ahern, responsabile degli investimenti di KraneShares, la differenza è utile per capire come si comporteranno le azioni cinesi nel prossimo futuro.

 

Cina: le 5 ragioni che frenano gli investitori occidentali

Nell’ultimo anno gli indici “onshore” cinesi, come il Shanghai Composite o lo Star 50, hanno sovraperformato rispetto gli indici offshore, come l’Hang Seng o l’S&P ADR index. Considerata la predominante presenza di investitori domestici sui primi e di investitori esteri sui secondi, le due platee sembra che stiano assistendo a due film diversi. Per Ahern, in realtà, è solo questione di interpretazione: i cinesi sono meno preoccupati. Perché?

 

“C’è una grande disparità di informazione – ha spiegato il responsabile degli Investimenti di KraneShares – sui temi al centro della narrazione sui mercati azionari cinesi: politica zero-Covid; crisi del settore immobiliare; scenario geopolitico; regolamentazione su azioni cinesi quotate in US; regolamentazione interna sulle società internet”, ha spiegato il chief investment officer di KraneShare che ha poi analizzato singolarmente ciascuno dei punti:

 

  • la politica che in Occidente chiamiamo zero-Covid, per i cinesi è “Live first policy”. I mastodontici numeri demografici della Cina, la disponibilità di vaccini che si sono rivelati poco efficaci e una percentuale di valutazione minima tra gli anziani hanno spinto il governo a scegliere la strada di un controllo rigido dei rischi di contagio. Tuttavia, consci dei danni all’economia generati dal lockdown totale di Shanghai e del suo porto (da marzo a giugno 2022), ora le autorità preferiscono chiusure mirate, a livello di unità abitativa o quartiere. Difficilmente vedremo nuovi lockdown totali e in occasione del 20° Congresso del Partito comunista cinese a ottobre potremmo vedere ulteriori allentamenti;
  • il settore immobiliare è un problema che la Cina si trascina da tempo ed è stato causato dalla fortissima urbanizzazione degli ultimi trenta anni. Basti pensare che nel 1990 solo il 19% della popolazione viveva in città, oggi si è arrivati al 70%. Il governo è consapevole degli alti livelli di indebitamento dei costruttori cinesi e che ben il 60% dei risparmi della popolazione sono investiti nel settore, dunque cerca di riequilibrare questo sbilanciamento a favore di altri investimenti, ma non lascerà crollare le imprese del settore per non scatenare una crisi finanziaria. Gli investitori vedono solo una parte del problema, che può essere ben rappresentata dal caso Evergrande. Evergrande prima o poi verrà lasciata andare ma prima il Governo ha imposto che tutti i progetti costruttivi finanziari dagli investitori vengano portati a termine, per evitare che la bolla scateni una crisi di grandi dimensioni;
  • le strette di mano tra Vladimir Putin e Xi Jinping preoccupano in Occidente che guarda a Taiwan come il prossimo possibile obiettivo della turbolenza geopolitica in atto. Tuttavia, la prima stretta di mano all’inaugurazione dei giochi olimpici invernali in Russia è considerata un errore politico. Non crediamo che la Cina voglia esporsi ulteriormente su questo fronte in quanto ha bisogno sia delle materie prime dalla Russia, sia del mercato occidentale, principale sbocco per le sue merci. Basti pensare che la sola Italia ha importato nel 2021 oltre 45 miliardi di euro di prodotti dalla Cina, esportandone più di 18. Perdere il mercato europeo sfocerebbe in una grave crisi per la Cina. Per quanto riguarda Taiwan, dopo aver visto fallire l’attacco della Russia all’Ucraina, è difficile vedere la Cina commettere lo stesso errore. Taiwan è un’isola ed è fortemente militarizzata, quindi molto più difficile da prendere. Inoltre, ancora una volta, un’aggressione porterebbe all’isolamento della Repubblica Popolare. È più probabile che la proverbiale pazienza cinese aspetti che la sua crescente importanza economica mondiale attiri le attenzioni di Taiwan, ora sbilanciata verso occidente. È una questione di attrattività economica.
  • anche sul fronte della regolamentazione sulle aziende cinesi quotate in USA, difficilmente si arriverà a un delisting. La maggior parte delle multinazionali cinesi hanno certificatori occidentali, gli stessi delle grandi imprese europee o statunitensi. Per quale motivo dovrebbero farsi umiliare con un’esclusione dai listini USA non avendo nulla da nascondere. Al contrario, i grandi gruppi cinesi troveranno sempre più spazio a scapito delle imprese statali la cui trasparenza è infinitamente inferiore;
  • infine, sul tema della regolamentazione delle società della rete, Brendan Ahern ritiene che il peggio sia ormai alle spalle e che ciò rende possibile entrare sul mercato a prezzi più bassi dopo la penalizzazione che il settore ha ricevuto nell’ultimo anno.

 

Perché gli investitori cinesi sono meno preoccupati?

Più che ai cinque temi che spesso hanno trovato posto nelle cronache dei quotidiani occidentali, gli investitori cinesi osservano da vicino le manovre del governo che ha come obiettivo finale una distribuzione più equa della ricchezza nel Paese. Per questo sono state messe a punto delle misure espansive a sostegno della crescita, come i 300 miliardi di yuan messi a disposizione dalle banche statali. E di concerto con il governo si muove anche la People’s Bank of China, che continua a sostenere l’economia con sostanziose infusioni di liquidità. In buona sostanza, conclude Ahern “in passato la crescita cinese è stata finanziata dal debito, ora il governo vuole una crescita più equilibrata. Quindi non dobbiamo essere spaventati dai tassi di crescita inferiori a quelli a cui eravamo abituati”.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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