Gli stimoli di Cina e USA hanno cambiato l’umore degli investitori, che ora sono diventati più fiduciosi sul percorso economico delle due principali superpotenze mondiali. La scorsa settimana il Dragone ha annunciato alcune misure monetarie e fiscali per centinaia di miliardi di dollari per risollevare l’economia in crisi, stimolando il credito, i consumi e i mercati azionari, nonché il moribondo settore immobiliare. La reazione della Borsa è stata molto forte, con rialzi delle azioni cinesi e oggi con il più grande balzo giornaliero dal 2008. L’indice CSI 300 ha guadagnato il 27% dal minimo di metà settembre, entrando ufficialmente in un mercato rialzista.
Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha tagliato i tassi di interesse di mezzo punto percentuale nella riunione del 17-18 settembre per prevenire l’arrivo di una recessione. Ciò ha alimentato le aspettative di mercato su un intenso ciclo di accomodamento per favorire un atterraggio morbido dell’economia. Wall Street è salita da allora, con l’indice S&P 500 che la scorsa settimana ha aggiornato il suo massimo storico.
Gli economisti sono prudenti su Cina e USA
L’euforia del momento però potrebbe essere smorzata da un ritorno alla realtà, che a giudizio di alcuni è meno rosea di quanto stia prezzando il mercato. Oggi i dati sul PMI manifatturiero cinese, in contrazione per il quinto mese consecutivo, hanno segnalao che le sfide che Pechino dovrà affrontare sono molto impegnative e la strada per la rinascita è ancora lunga. Alcuni economisti ritengono che gli stimoli siano serviti a sostenere il mercato azionario, ma per cambiare la narrativa economica del Paese occorrano ulteriori misure fiscali. “Un ritorno a un’inflazione benigna e a una crescita sostenibile sarà probabilmente una battaglia lunga e prolungata”, ha affermato Robin Xing, economista cinese di Morgan Stanley.
Sul fronte statunitense, i recenti risultati macroeconomici hanno mostrato sprazzi di resilienza economica. Tuttavia, il vero banco di prova sarà venerdì, allorché usciranno i dati sull’occupazione del mese di settembre. Gli analisti prevedono la creazione di 144 mila nuovi posti di lavoro e un tasso di disoccupazione fermo al 4,2%. La lettura potrebbe fare chiarezza sul percorso dei tassi della Fed per i prossimi mesi. Se i risultati deluderanno le attese, la Banca centrale americana a quel punto non avrebbe ostacoli a un taglio del costo del denaro di altri 50 punti base nel meeting di novembre.
“Il taglio dei tassi più ampio del previsto da parte della Fed può far sì che i titoli di alta qualità rimangano costosi e persino aiutare i titoli ciclici di qualità inferiore a stabilizzarsi nel breve termine in USA, soprattutto dopo le recenti azioni della Cina”, ha detto Michael Wilson, chief US equity strategist di Morgan Stanley. “Tuttavia, credo che i dati sul lavoro e altri indicatori di crescita debbano migliorare per giustificare il proseguimento di queste condizioni fino alla fine dell’anno e oltre”. In USA avranno un peso importante anche le elezioni americane, che si terranno tra circa 5 settimane. Al momento regna l’incertezza assoluta, una componente che i mercati gradiscono poco. “Una vittoria di Donald Trump potrebbe portare alla stagflazione, a causa di forti tariffe sulle importazioni cinesi e di altro tipo”, ha affermato Rob Subbaraman, responsabile della ricerca sui mercati globali di Nomura Holdings Inc.
Più ottimista riguardo il contesto generale è invece Stephen Jen, amministratore delegato di Eurizon SLJ Capital. “Gli asset rischiosi dovrebbero andare molto bene, con la Fed che taglia i tassi, la Cina che intraprende stimoli monetari e fiscali e i prezzi del petrolio bassi. Dopo le elezioni statunitensi, mi aspetto che le azioni globali registrino un forte rally verso la fine dell’anno”, ha asserito.









