Il debito pubblico di Francia e Gran Bretagna tiene gli investitori con il fiato sospeso. Non è l’area mediterranea quella interessata dalle turbolenze, come avvenne ormai più di un decennio fa, ma sono le due nazioni che si affacciano sul Canale della Manica. Parigi è in preda all’isteria politica in uno dei momenti più delicati della sua storia a causa del bilancio fiscale traballante. Su Londra aleggia lo spettro della tempesta finanziaria del 2022, che costrinse Liz Truss a dimissioni fulminee. In questo articolo:
- Gran Bretagna: i fondi sollecitano l’intervento della BoE sulle vendite di Gilt
- Francia: una situazione al cardiopalma con il debito/Pil oltre il 100%
Gran Bretagna: i fondi sollecitano l’intervento della BoE sulle vendite di Gilt
I rendimenti dei titoli di Stato britannici continuano a salire. Nell’ultima seduta, i Gilt a 10 anni hanno raggiunto un massimo al 4,768%, oltre il top del 4,63% di ottobre 2022 quando Downing Street annunciò un bilancio fiscale pieno di tagli alle tasse. La soglia psicologica del 5% ancora non è stata raggiunta, benché sia stata superata ampiamente dai rendimenti a 30 anni.
I gestori patrimoniali cominciano ad agitarsi e, secondo le testimonianze raccolte da Reuters, starebbero solecitando la Bank of England a interrompere il quantitative tightening – che prevede un piano di vendite di titoli di Stato – e ridurre così la pressione sui titoli del debito pubblico. “Molti investitori, noi compresi, hanno detto alla Banca d’Inghilterra che sta peggiorando la situazione, non migliorandola”, ha affermato Mark Dowding, direttore degli investimenti in reddito fisso di Rbc BlueBay Asset Management.
La stretta della BoE è arrivata dopo il lungo periodo di politiche monetarie espansive seguito alla grande crisi finanziaria del 2008. Nel periodo compreso tra il 2009 e il 2021, l’istituto monetario britannico ha acquistato Gilt per un valore complessivo di 875 miliardi di sterline. Con l’arrivo dell’inflazione più elevata degli ultimi 40 anni, però, la Banca centrale ha dovuto drasticamente invertire rotta.
Proprio le preoccupazioni sull’inflazione – 3,8% ad agosto, ben sopra il target del 2% – oggi tengono l’authority governata da Andrew Bailey con le mani legate. Se il carovita rimane alto, o ancora peggio sale ulteriormente, c’è il rischio che aumenti la sfiducia nei mercati e il malcontento generale dei consumatori che vedono erodersi il loro potere d’acquisto. Inoltre, lo Stato potrebbe ridurre il suo margine di manovra fiscale. A settembre la BoE ha annunciato un taglio delle vendite di Gilt per il 2026 da 100 a 70 miliardi di sterline, ma per gli investitori questa misura non è sufficiente. A loro avviso, con il suo atteggiamento la Banca d’Inghilterra sta solo alimentando la crisi dei titoli di Stato in un momento in cui i nervi sono a fior di pelle con la presentazione della legge di bilancio fiscale in arrivo a novembre.
Il Cancelliere dello Scacchiere Rachel Reeves deve trovare le risorse per colmare un deficit di 35 miliardi di sterline, ma la confusione regna sovrana all’interno del partito dei laburisti tornato al governo dopo 14 anni di dominio conservatore. Reeves spinge per tagliare la spesa e tenere in ordine i conti pubblici, ma l’ala progressista del partito fa resistenza. Il clima di incertezza è poco tollerato dal mercato, che sta scaricando titoli di Stato in preda al panico.
Francia: una situazione al cardiopalma con il debito pubblico a oltre il 100% del Pil
Se in Gran Bretagna i nervi sono tesi, in Francia la situazione è drammatica. Dopo le dimissioni lampo del primo ministro Sébastien Lecornu, il Paese è in balia di una crisi politica che non vede una via di uscita. Parigi come Londra deve affrontare la questione del debito in aumento e la legge di bilancio – su cui sono saltati cinque primi ministri negli ultimi tre anni – è diventata una sorta di bomba a orologeria.
Il presidente della Repubblica Emmanuel Macron è sotto la pressione dei partiti per indire nuove elezioni, mentre cresce il coro di chi chiede le sue dimissioni. Tuttavia, il capo dell’Eliseo per ora resiste e non scioglie l’Assemblée National, in attesa di vedere quale sarà l’esito delle consultazioni con le forze politiche di opposizione avviate da Lecornu. Le prospettive non sono idilliache. Gli osservatori politici e finanziari non vedono come possa essere raggiunto un compromesso da un parlamento così frammentato e su questioni chiave che attengono al proprio programma politico e all’impegno con gli elettori.
Nel contesto, le agenzie di rating stanno agitando l’ascia del downgrade sulla Francia. Questo mese si pronuncerà Moody’s, mentre verso fine novembre sarà la volta di S&P Global. Se la situazione di stallo politico persiste – e peggio ancora qualora il Paese dovesse sprofondare nel caos derivante dall’assenza di una maggioranza parlamentare dopo nuove elezioni – il declassamento viene visto dagli analisti come una cosa scontata. Così come scontata potrebbe essere la salita dei rendimenti dei titoli di Stato francesi.









