Dalle tensioni nello Stretto di Hormuz alla corsa alle rinnovabili, il nuovo shock geopolitico in Medio Oriente ha riportato l’energia al centro delle strategie economiche e finanziarie globali. In un sistema ancora fortemente dipendente da petrolio e gas, ogni crisi internazionale si traduce in vuna crisi energetica, rischi per le catene di approvvigionamento e nuove pressioni su imprese e governi. Hannes Loacker, gestore del fondo Azionario SmartEnergy ESG di Raiffeisen, delinea con Borsa&Finanza i principali fattori di rischio per il sistema energetico globale e spiega quali segmenti offrono oggi le opportunità più interessanti per gli investitori. Con un messaggio chiaro: l’autonomia energetica europea resta una sfida complessa, ma il contesto attuale l’ha trasformata da obiettivo strategico a necessità non più rinviabile.

Quali sono oggi i principali fattori di rischio per il sistema energetico globale?
“Negli ultimi anni i conflitti geopolitici si sono notevolmente intensificati, mettendo in evidenza la vulnerabilità dei paesi che dipendono dai combustibili fossili importati. Tale esposizione è aumentata, rendendo le interruzioni dell’approvvigionamento una minaccia di primo piano. Allo stesso tempo, l’insufficiente espansione della rete elettrica rappresenta un rischio critico, poiché aumenterebbe il pericolo di blackout diffusi causati da fonti intermittenti in rapida crescita come l’energia solare ed eolica. Inoltre, le minacce fisiche e informatiche alla rete elettrica stanno diventando più frequenti e sofisticate, con interruzioni intenzionali originate dalla criminalità organizzata, da soggetti statali o da gruppi di attivisti informatici che minano l’affidabilità e la continuità dell’approvvigionamento elettrico”.
Quali segmenti della catena energetica offrono oggi le opportunità più interessanti: utility, reti, accumulo, efficienza energetica o tecnologie per la decarbonizzazione?
“Da anni l’efficienza energetica registra ottime performance sui mercati azionari, con un’importanza in forte aumento a causa della crescita esplosiva dei data center. Oltre a ciò, la rapida elettrificazione – basti pensare ai veicoli elettrici, alle pompe di calore e ad altro ancora – sta accelerando sia nei mercati emergenti che in quelli sviluppati, generando una domanda di energia senza precedenti. La maggior parte di questa energia elettrica futura proverrà da fonti rinnovabili volatili come il fotovoltaico e l’eolico, mettendo naturalmente in primo piano le tecnologie di decarbonizzazione. Tuttavia, con l’espansione di questo settore, lo stoccaggio e le infrastrutture di rete diventano indispensabili. Mentre le batterie continuano a subire una pressione persistente sui margini a causa della concorrenza asiatica e possono quindi apparire meno attraenti dal punto di vista degli investimenti (in modo abbastanza simile ai modelli fotovoltaici a base di silicio policristallino), gli investimenti nella rete sono destinati a generare profitti più sostenibili, supportati da flussi di cassa affidabili e stabili”.
In questi mesi si parla di crisi energetica, con petrolio e gas naturale colpiti dal conflitto in Medio Oriente. Come sarà il nuovo equilibrio su cui ci si potrebbe assestare al termine del conflitto?
“Molto dipenderà dalla durata del conflitto e dall’entità del calo delle scorte globali di petrolio e prodotti raffinati. Se si giungesse a una risoluzione entro i prossimi 1-2 mesi, ripristinando la sicurezza delle rotte marittime, i mercati finanziari sposterebbero probabilmente l’attenzione sulle prospettive per il 2027. Per allora, il trasporto di petrolio e gnl (gas naturale liquido) dovrebbe essersi normalizzato.
Detto questo, prevediamo che i prezzi del greggio scenderanno dai picchi attuali, senza tuttavia tornare ai livelli dello scorso anno. L’esaurimento delle scorte globali e un persistente premio al rischio geopolitico li manterranno elevati. Nel frattempo, le esportazioni di gnl dagli Usa continueranno a crescere grazie all’entrata in funzione di nuovi terminal nei prossimi anni; un fattore che potrebbe ridurre in parte la dipendenza di Asia ed Europa dalle forniture della regione del Golfo”.
Quali paesi e settori potrebbero avvantaggiarsene?
“Paesi asiatici come Cina, India, Giappone e Corea del Sud sarebbero i primi a beneficiarne, poiché assorbono oltre i due terzi delle esportazioni di petrolio e gnl della regione. Anche l’Europa ne trarrebbe vantaggio grazie alla pressione al ribasso sui prezzi del gnl che contribuirebbe a ridurre i costi complessivi. Sul fronte dell’offerta, Stati del Golfo come Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti o Oman potrebbero incrementare la produzione e l’export, aumentando significativamente le proprie entrate.
A livello settoriale, le compagnie aeree e il comparto marittimo tirerebbero un sospiro di sollievo grazie alla flessione dei costi del carburante, mentre l’industria chimica e l’agricoltura beneficerebbero di input produttivi più economici e del ripristino dei volumi di approvvigionamento”.
L’autonomia strategica dell’Europa passa inevitabilmente per l’indipendenza energetica. Ci sono gli strumenti per conseguirla? Quali sono?
“Per l’Europa, raggiungere la piena indipendenza energetica nei prossimi 10-15 anni rimane un obiettivo irrealistico. Tuttavia, una spinta decisa sulle rinnovabili – accompagnata da un’ampia capacità di stoccaggio e da un robusto potenziamento della rete – potrebbe avvicinare notevolmente l’Europa a tale obiettivo entro 20-25 anni. Tuttavia, ciò richiederebbe una sorta di inversione di rotta politica: l’approccio poco rigoroso degli ultimi anni verso le misure climatiche deve lasciare il posto a un’attuazione più risoluta e coerente. In definitiva, un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe accelerare la spinta dell’Europa verso l’indipendenza energetica, gli investimenti nella rete e il miglioramento dell’efficienza, sostenendo temi strutturali quali il potenziamento della rete, le energie rinnovabili e l’elettrificazione”.









