Dazi USA: ecco perché alla fine Trump non colpirà il Canada

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Questa settimana il neo presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump ha tuonato sulla sua piattaforma Truth Social, annunciando un inasprimento dei dazi USA nei confronti di Canada, Messico e Cina. I primi due Paesi dovrebbero essere colpiti da una tariffa del 25% sulle esportazioni negli Stati Uniti, mentre le merci cinesi in entrata nel territorio americano verrebbero gravate da una ulteriore stretta del 10%. Il leader repubblicano ha aggiunto che firmerà un ordine esecutivo già il 20 gennaio, data di insediamento ufficiale alla Casa Bianca. Le misure andrebbero a insidiare gli accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e i partner nordamericani. Soprattutto potrebbero essere un assaggio di quanto proclamato da Trump durante la campagna elettorale. La prospettiva dei dazi USA sta mettendo in subbuglio i governi di varie regioni, che temono un duro contraccolpo per la loro economia.

 

Dazi USA: il Canada potrebbe essere risparmiato?

La domanda che molti si pongono è: Trump darà davvero seguito alle sue minacce sui dazi? Durante il primo mandato lo ha fatto. A rigor di logica non si vede perché stavolta debba tirarsi indietro. In realtà, osservando più in profondità, alcuni analisti vedono una scarsa convenienza a usare la mano pesante, soprattutto in relazione al Canada. Il magnate newyorchese vuole rivitalizzare l’industria del gas e del petrolio, messa sotto pressione dall’amministrazione Biden attraverso la rimozione dei blocchi all’esportazione e con le trivellazioni. Tra le altre cose potrebbe far uscire gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi come già aveva fatto durante il suo precedente mandato (poi gli USA vi sono rientrati con Biden). Tutto ciò in sintonia con l’obiettivo di tenere il prezzo dell’energia sotto controllo, aspetto importante nel programma elettorale di Trump.

Se si tiene conto che gli Stati Uniti hanno importato la cifra record di 4,3 milioni di barili di petrolio al giorno dal Canada a luglio 2024 (dati dell’Energy information administration), è difficile ipotizzare che l’impatto dei dazi possa non essere consistente, dal momento che il greggio verrà utilizzato per la raffinazione e l’esportazione. Ciò spinge gli esperti del settore a pensare che le nuove tariffe non verranno mai implementate in Canada.

“Le conseguenze sarebbero significative per tre gruppi di soggetti”, ha affermato Daan Struyven, co-responsabile della ricerca globale sulle materie prime di Goldman Sachs. “Le raffinerie americane che si affidano ai barili di petrolio canadesi potrebbero dover affrontare margini di profitto più bassi; i consumatori potrebbero potenzialmente dover sostenere prezzi più alti; i produttori canadesi rischierebbero di subire perdite di entrate se non fossero in grado di dirottare i loro barili altrove”. Inoltre, ci potrebbero essere problemi per le raffinerie del Midwest nel cambiare fornitore se le importazioni canadesi dovessero essere interrotte, ha sottolineato Struyven.

Anche i ricercatori di Citigroup sono scettici, osservando che il Canada ha legami molto stretti e integrati con gli Stati Uniti in tema di petrolio e gas. I dazi “aumenterebbero i costi per le raffinerie e i consumatori statunitensi”.

Sulla stessa linea è Viktor Shvets, strategist globale di Macquarie Capital, secondo cui Trump non può permettere che l’inflazione vada fuori controllo. Per questo, a suo avviso, i dazi sono utilizzati come strumento di negoziazione per raggiungere determinati obiettivi, come ad esempio il rafforzamento dei confini. “Non credo nemmeno per un secondo che ci sarà un massiccio aumento delle tariffe complessive perché ciò rappresenterà una tassa sui produttori ed esportatori nazionali statunitensi”, ha affermato.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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