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Distretti industriali: record di esportazioni, come crescere ancora

Un operaio al lavoro in una fabbrica metalmeccanica su una saldatura

Il sistema produttivo dei distretti industriali è un modello tutto italiano ed è un modello vincente. Lo ha dimostrato con la resilienza e la rapidità della ripresa delle imprese che ne fanno parte dopo la crisi della pandemia e nonostante l’esplosione di un conflitto alle porte dell’Europa. A certificare la forza del modello è il 15° Rapporto annuale Economia e Finanza dei distretti industriali di Intesa Sanpaolo, presentato a Milano dal capoeconomista del gruppo bancario Gregorio De Felice, dal presidente del Consiglio di amministrazione Gian Maria Gros-Pietro e dal responsabile della ricerca Industry & Banking Fabrizio Guelpa. Lo studio ha analizzato i bilanci di più di 90.000 imprese, delle quali 22.302 appartenenti a 159 distretti industriali.

I numeri che sono emersi dall’analisi mostrano un modello produttivo resiliente e capace di fare meglio rispetto al resto del manifatturiero. A cominciare dall’affermazione sui mercati esteri, con una crescita delle esportazioni del 19% nel 2022 rispetto all’anno precedente e un record a quota 153 miliardi di euro.

 

Le cifre che fanno la differenza

Più innovative, più flessibili, più produttive, più attente al benessere di chi vi lavora. Sono tanti i vantaggi che le imprese che fanno parte dei distretti industriali vantano nei confronti delle altre imprese del settore manifatturiero. Vantaggi derivanti da un modello che, come ha sottolineato il presidente del Cda di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, “permette alle aziende che ne fanno parte di trasmettersi non solo i manufatti e i prodotti ma anche le informazioni, il modo di lavorare, un saper fare produttivo”.

Questo “modo di essere” dei distretti industriali ha permesso una ripartenza rapida dopo la pandemia, come ha fatto notare Gregorio De Felice: “Già nel 2021 i distretti sono cresciuti in fatturato del 5,2%, più di quanto hanno fatto le imprese che non appartengono ad alcun distretto, le quali hanno segnato un +3,1%”. Ha fatto eccezione il settore moda che ha dovuto attendere la fine dei lockdown per riprendere vigore, recuperando il ritardo nel 2022. Tanto che in termini di esportazioni il settore moda, tra beni intermedi e beni di consumo, è quello che ha registrato il maggiore balzo delle esportazioni lo scorso anno.

Il grafico a barre mostra l'andamento dell'export dei singoli distretti industriali, con il recupero, nel 2022, del settore moda.
L’export dei distretti industriali nel 2022 – Fonte: Intesa Sanpaolo Integrated Database

 

Le prospettive per il 2024

“Il 2023 è stato migliore di quanto fossero le attese alla fine del 2022 e il prossimo anno sarà ancora migliore” ha dichiarato De Felice nel corso della presentazione. “Tuttavia – ha aggiunto – il 2024 sarà un anno più complesso”. La stima per la crescita del fatturato nel 2023-2024 dei distretti industriali è al 3,3% comunque migliore rispetto al totale dell’industria manifatturiera che si dovrebbe fermare allo 0,9% complessivo.

Sul 2024 si scaricheranno gli effetti ritardati delle politiche monetarie restrittive adottate dalle Banche centrali. “Le Banche centrali – ha avvertito Gros Pietro – rischiano di essere restrittive troppo a lungo perché vogliono recuperare parte di quella credibilità persa quando hanno aspettato troppo ad affrontare la salita dei prezzi al consumo”. Un errore di valutazione, secondo il presidente del Cda di Intesa Sanpaolo, potrebbe accelerare la discesa dell’inflazione e favorire un atterraggio duro, come ha sottolineato recentemente il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

La tabella mostra le proiezioni di crescita per area geografica di Intesa Sanpaolo. La variazione del PIL è a prezzi costanti. L'Italia dovrebbe crescere dell'1,3% nl 2024.
Proiezioni di crescita del PIL a prezzi costanti – Fonte Intesa Sanpaolo – Macroeconomic analysis

 

A sostegno della tenuta delle imprese che fanno parte dei sistemi distrettuali ci sono tuttavia diversi fattori tra i quali, ha sottolineato Guelpa “la liquidità accumulata dalle imprese, circa 400 miliardi di euro nei conti bancari negli ultimi anni. Le imprese possono utilizzarli per continuare a investire e crescere ma anche per spostarli sui conti deposito che oggi offrono una remunerazione, come in effetti stanno già facendo”.

De Felice ha aggiunto che “il rallentamento non sta inficiando la grande capacità del nostro manifatturiero di essere competitivo”. Tra il 2019 e il 2022 la crescita del fatturato è stata superiore a quella di altri paesi europei per tre ragioni:

 

  1. Gli investimenti. “Abbiamo ribaltato completamente – ha detto De Felice – la partita con la Germania. Da noi gli investimenti sono cresciuti del 20,7%, in Germania del 6,5%. Dobbiamo tuttavia migliorare ancora negli investimenti in software, ricerca e sviluppo”;
  2. Le filiere sono prevalentemente domestiche o localizzate nella vicina Europa. Questo ha permesso all’Italia di evitare i grandi problemi che la Germania ha avuto con l’Asia e in particolare con la Cina;
  3. L’Italia ha la più grande diversificazione di produzioni di tutti i paesi industrializzati, il che permette di cogliere una pluralità di opportunità. Anche i paesi i paesi di destinazione dei nostri prodotti sono più diversificati rispetto ad altre nazioni.

 

C’è chi vince e chi perde

È sempre bene non fare di tutta l’erba un fascio e anche all’interno dei distretti ci sono imprese che fanno meglio di altre. Il Rapporto di Intesa Sanpaolo ha evidenziato che il differenziale tra le aziende che crescono e fanno bene è aumentato rispetto a quelle che non crescono e che ci sono dei fattori comuni alle prime che giustificano la migliore performance:

 

  1. Il posizionamento strategico: sono avvantaggiate le imprese che possiedono delle certificazioni di qualità, dei brevetti e delle certificazioni ambientali;
  2. Investimenti in energie rinnovabili: le aziende che vi hanno investito ne traggono benefici in termini di riduzione della bolletta elettrica e continuità della fornitura;
  3. Capacità di interazione: le imprese che crescono hanno una maggiore capacità di costruire rapporti all’interno della filiera, aiutando magari chi si trovi in difficoltà temporanea.

 

Per rimanere nel gruppo delle imprese migliori bisogna però guardare al futuro e il Rapporto di Intesa Sanpaolo ha identificato i tre fattori che possono determinare l’andamento di un’azienda, alla luce dei grandi trend in corso: il tema della transizione energetica, quello della transizione digitale e quello della transizione demografica.

“Il tema dell’energia e dell’aumento delle bollette – ha spiegato Guelpa – viene messo dalle imprese al primo posto tra le preoccupazioni, strettamente legato alle forniture e ai costi delle materie prime. Molte imprese hanno affrontato il tema dell’approvvigionamento di energia modificando il mix di utilizzo delle fonti, avviando la produzione di energia in proprio o cambiando i turni di produzione per sfruttare le fasce orarie meno costose. C’è un 25% di imprese che grazie a questi interventi è riuscita a ridurre la propria bolletta elettrica. La parola chiave per il prossimo futuro sarà ‘comunità energetica’ ossia gruppi organizzati per produrre e utilizzare o vendere localmente energia”. Il tema dell’approvvigionamento di materie prime è stato invece affrontato con una revisione e un ampliamento dei magazzini per assicurarsi la continuità del ciclo produttivo.

Per quanto riguarda gli investimenti in tecnologie, un altro tema ineludibile, sono i risultati migliori delle imprese che hanno fatto investimenti 4.0 a indicare che su questo fronte non si può rimanere indietro.

Uno dei problemi più difficili da affrontare è però quello dell’età dei dipendenti e dei membri dei consigli di amministrazione delle aziende. Purtroppo da questo punto di vista lo scenario è complicato sia dall’aumento dell’età media dei consiglieri, sia dalla minore attrattività che le imprese locali sembrano avere rispetto a quelle estere. Un’indagine condotta in alcune scuole superiori della provincia di Mantova che ha coinvolto 100 studenti ha evidenziato la preferenza per esperienze all’estero (30,1%) o per altre localizzazioni differenti rispetto all’area locale che ha ricevuto solo il 33,3% delle scelte.

Per aumentare l’attrattività molte imprese dei distretti stanno già ricorrendo al cosiddetto “welfare aziendale” in maggiore misura rispetto alle aziende che non fanno parte dei distretti. Il ritorno, in termini di produttività, è evidenziato dal differenziale a favore delle prime pari a 18.200 euro aggiuntivi per addetto in media. Il dato scende solo leggermente considerando tutte le imprese e non solo quelle dei distretti, attestandosi su un differenziale di 10.000 euro in media.

 

Il grafico a barre mostra come le imprese dei distretti industriali adottino in maggiore misura incentivi di welfare aziendale per i dipendenti
L’adozione di politiche di welfare aziendale è più diffusa nelle imprese distrettuali – Fonte: elaborazione Intesa Sanpaolo su questionari Imprese Vincenti e Women Value Company 2019-2022 e ISID (1949 imprese manifatturiere candidate ai premi)

 

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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