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Emissioni di CO2: ecco come investe il fondo che le vuole evitare

Tre ragazze guardano lo schermo di uno smartphone nel corso di una manifestazione contro l'inquinamento. Sullo sfondo un cartello con la parola LOVE sostituita da quella CO2 is in the air

Scope 1, scope 2, scope 3, scope 4. È sempre molto complicato per gli investitori capire gli investimenti ESG che si propongono di investire in società sulla base di determinati criteri ambientali, sociali e di buona governance aziendale. Gli scope da 1 a 4 citati all’inizio dell’articolo, in particolare, riguardano le emissioni di CO2 in atmosfera e servono a suddividerli in categorie a seconda che si tratti di emissioni prodotte da fonti controllate o di proprietà di un’azienda, derivanti dalla generazione e utilizzo dell’energia, provenienti dalla catena del valore dell’impresa ed emissioni di CO2 evitate grazie ai prodotti o ai servizi forniti dall’azienda. Su queste ultime si concentra il fondo azionario Global Climate Change di Franklin Templeton gestito da Tina Sadler, Herbert J. Arnett jr e Craig Cameron. A quest’ultimo Borsa&Finanza ha chiesto di spiegare cosa sono le emissioni Scope 4 e come funziona il fondo.

 

Cosa significa investire con obiettivo Scope 4?

“Significa investire in società i cui prodotti o servizi contribuiscono a evitare le emissioni di gas serra. Finora ci si è molto concentrati sulla riduzione delle emissioni prodotte lungo tutta la catena del valore di un’impresa (Scope 1, 2 e 3 ndr). Sebbene queste siano importantissime, ridurre le emissioni Scope 4 è ancora più rilevante in termini di decarbonizzazione. Il Global Climate Change è un fondo azionario che investe in azioni di società che offrono prodotti o servizi che permettono di aiutare nella decarbonizzazione”.

 

Craig Cameron, il gestore di Franklin Templeton intervistato da Borsa&Finanza
Craig Cameron, portfolio manager Templeton Global Climate Change

Qualche esempio per capire meglio?

“Prendiamo Albemarle, una società statunitense leader nell’estrazione di litio. L’estrazione del litio è un processo ad alta intensità di emissioni di CO2. Tuttavia la decarbonizzazione dell’economia passa per l’adozione dell’energia elettrica. In molteplici ambiti, non solo nel settore auto. Per elettrificare l’industria globale sono necessarie batterie e quindi è necessario il litio. Il fatto che il processo produttivo di Albemarle sia inquinante non vuole dire che la società non stia aiutando nel percorso verso la decarbonizzazione. Questo non significa che gli altri obiettivi di riduzione delle emissioni non siano importanti. Li consideriamo nel nostro processo di investimento ma diamo un’importanza primaria alla capacità di evitare le emissioni inquinanti. Un altro esempio è Prysmian. I cavi di Prysmian sono la connessione delle reti di energia solare ed eolica e dunque contribuiscono a ridurre le emissioni di CO2. A ciò si aggiunga che l’efficienza del prodotto continua ad aumentare”.

 

Nel vostro portafoglio però è presente anche BMW che produce veicoli. Come mai?

“Il 60% del fondo è investito in ‘solution companies’, quelle che ho appena descritto. Il restante 40% è dedicato alle “transitioning companies”, ossia quelle società che stanno facendo un percorso verso una produzione green. BMW sta rapidamente spostando la sua produzione dalle automobili tradizionali alle elettriche e riteniamo che in 3-5 anni la maggior parte della sua produzione sarà di electric vehciles. Quindi, oltre a rientrare nei parametri per essere inclusa nel nostro fondo, riteniamo che l’azione BMW verrà riprezzata al rialzo dal mercato nel prossimo futuro. Oggi gli investimenti “green” di BMW sono già al 35% del totale”.

 

Oggi il mercato è pieno di fondi di investimento ESG, sostenibili, attenti al cambiamento climatico. Spesso però i portafogli sono molto simili e contengono le stesse big tech in cui tanti altri investono. C’è qualcosa differenzia il vostro fondo dagli altri?

“Quando abbiamo lanciato il fondo Global Climate Change nel 2018 come rivisitazione di una strategia preesistente, abbiamo voluto creare uno strumento molto attivo e non troppo concentrato su alcune azioni. Per tal motivo il nostro portafoglio di investimento si discosta notevolmente da quello del benchmark e dei fondi comparabili. Ovviamente investiamo anche nelle big tech, come Apple o Amazon, che pensiamo stiano contribuendo a decarbonizzare la nostra società. Tuttavia la nostra esposizione al settore tecnologico è sensibilmente inferiore a quella del benchmark. Questo ha anche una conseguenza sull’esposizione geografica. Molti fondi sono sbilanciati sugli Stati Uniti anche in virtù della presenza delle società tecnologiche dominanti. Il Global Climate Change è investito per oltre il 40% in azioni europee mentre gli Stati Uniti pesano meno del 30% (dati al 31 agosto 2023) contro il 67% medio del benchmark (l’indice MSCI All Country World ndr)”.

 

Dunque siete sottopesati sugli Stati Uniti e sovrappesati sull’Europa. Come mai viste le prospettive economiche migliori per il Nord America?

“Siamo anche sovrappesati sull’Asia rispetto al benchmark. Gli Stati Uniti sono usciti dal Covid con un’economia molto forte e hanno dovuto alzare i tassi rapidamente e con vigore per raffreddarla. Anche se il consensus sull’economia USA in questo momento è molto forte, riteniamo che quando cadrà lo farà con più forza. I prezzi dei materiali di base e i salari sono cresciuti di più che in Europa. Gli Stati Uniti perderanno alcuni dei vantaggi che hanno avuto finora. Ciò non significa che non ci siano delle opportunità negli USA. Inoltre voglio precisare che il fondo è un azionario globale che investe in imprese internazionalizzate il cui fatturato è spesso in buona parte realizzato all’estero. Per esempio Prysmian realizza il 40% delle vendite in Nord America e nel 2018 ha acquisito il colosso americano General Cable. La natura globale del fondo ci permette di investire in società indipendentemente da dove sia la loro sede principale e alla fine, se si guarda a dove viene realizzato il fatturato, il sottopeso degli Stati Uniti non è poi così grande”.

 

Per quanto riguarda l’Asia?

“In Asia siamo esposti su Corea del Sud, Giappone, India e Taiwan, per esempio, ma non sulla Cina. Essendo un fondo classificato come articolo 9 secondo la normativa Sfdr dobbiamo rispettare determinati requisiti ESG più difficili da trovare in Cina. Inoltre, anche se l’approccio all’investimento non è di tipo top-down, riteniamo che dal punto di vista geopolitico lo scenario per la Cina stia diventando più difficile. Preferiamo quindi investire in paesi che possono beneficiare della deglobalizzazione e dello spazio che si sta creando con il trasferimento di alcune produzioni al di fuori della Cina”.

 

La Cina però è il principale produttore di pannelli solari…

“È vero. Nel nostro portafoglio abbiamo una sola società che produce pannelli solari ed è basata negli Stati Uniti. Si tratta di First Solar, l’unico produttore mondiale che utilizza vetro invece che polisiliconati. Per noi è una differenza importante in quanto l’area di maggiore produzione di polisiliconati è l’ovest della Cina dove, secondo gli Stati Uniti, esistono alcune problematiche di sfruttamento del lavoro. Inoltre l’utilizzo di vetro permette di ridurre del 70% l’inquinamento e l’utilizzo di acqua nel processo produttivo. First Solar ha una domanda elevata e il suo libro ordini è pieno fino al 2026”.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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