Mentre in superficie nulla dovrebbe accadere, con la conferma dei tassi di interesse nell’intervallo 4,25%-4.50%, all’interno della Federal Reserve cresce il dissenso nei confronti della politica attendista di Jerome Powell e di buona parte del Comitato di politica monetaria. Il presidente della Fed si trova così ad affrontare sia un fronte esterno, quello ben noto dell’ostilità di Donald Trump, sia uno interno costituito da almeno due membri del Fomc. A quest’ultimo si dovrà guardare con attenzione stasera, al termine della Banca centrale Usa, e individuarne le eventuali increspature generate nella dichiarazione di accompagnamento alla decisione e nelle parole del presidente Fed.
Fed: chi dissente sui tassi di interesse
Michelle Bowman e Christopher Waller sono i due indiziati principali che potrebbero votare stasera in opposizione al mantenimento dei tassi di interesse sui livelli correnti. Secondo Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, “si tratterebbe di un evento eccezionale” in quanto “i dissensi nel board sono molto rari”. Un segnale chiaro delle tensioni interne sulla direzione della politica monetaria.
Bowman e Waller vorrebbero una Fed più morbida sui tassi di interesse (come Trump), e hanno espresso preoccupazioni crescenti per il rallentamento della domanda interna, i segnali di allentamento nel mercato del lavoro e una dinamica dei prezzi che, seppur ancora sopra target, mostra un rallentamento costante. Pur se d’accordo con Trump sulla direzione dei tassi di interesse, Bowman ha indicato proprio le politiche commerciali di Trump e i dazi come colpevoli del rallentamento economico.
Non bisogna però dimenticare che la maggioranza del board è ancora dalla parte di Powell. A ricordarlo è George Bory, chief investment strategy di Allspring GI: “Un numero crescente di membri del Fomc ha espresso preoccupazioni riguardo a una politica monetaria accomodante, rendendo il conteggio dei voti un segnale importante della direzione che potrebbe prendere il consenso.
Powell in trincea, resisterà sulle sue posizioni
Se non oggi, quando? Quando verranno tagliati i tassi di interesse negli Stati Uniti? Questo si domandano gli investitori. Secondo Powell “un taglio prematuro potrebbe mettere a rischio i progressi fatti sul fronte della stabilità dei prezzi” che devono ancora dare “conferme robuste” che l’inflazione stia tornando in modo duraturo verso il 2%. “L’economia statunitense, sostenuta da bassa disoccupazione, rimane stabile, mentre i rischi di inflazione continuano a tendere verso l’alto, in particolare per colpa dell’introduzione di nuovi dazi” osserva Francois Rimeu, senior strategist di Crédit Mutuel AM.
“Il consensus di mercato è orientato verso un primo taglio dei tassi di interesse a settembre con una probabilità che oscilla tra il 60% e il 65%” dichiara Diodovich, riferendosi alle percentuali del FedWatch del Cme. “Tuttavia – aggiunge – riteniamo più probabile che la Fed possa aspettare fino al meeting di dicembre per iniziare nuovamente un ciclo di allentamento”.
Trump se ne avrà a male, sicuramente, e non farà mancare la salva di dichiarazioni contro Powell. Anche Vincent Reinhart, capoeconomista di Bny Investments pensa che a settembre non se ne farà nulla. Per lui la partita che si sta giocando alla Fed è un “tris”. Tre condizioni dovranno allinearsi perché vi sia un taglio dei tassi di interesse:
- Un’aumento delle preoccupazioni per il mercato del lavoro;
- La percezione che l’inflazione stia tornando verso l’obiettivo;
- Una sufficiente certezza sulle prospettive future per le due precedenti condizioni.
“Per ora prevediamo un taglio di 25 punti base nella riunione di dicembre e una probabilità inferiore al 50% di un taglio prima di allora” conclude Reinhart.









