JP Morgan AM: dove diversificare con la globalizzazione “a pezzi”

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JP Morgan AM ha delineato, nella presentazione del suo outlook di metà anno, uno scenario economico globale complesso ma ricco di spunti strategici. Per affrontarlo la diversificazione, sia settoriale che regionale e la capacità di fare selezione sono fondamentali. Le incertezze geopolitiche, le pressioni inflazionistiche e le dinamiche di rotazione settoriale stanno modificando il comportamento degli investitori, con l’afflusso di capitali verso i mercati finanziari europei (in uscita dagli Stati Uniti) che ne rappresenta uno degli aspetti più visibili.

“La politica economica degli Stati Uniti sta producendo incertezza – ha spiegato Maria Paola Toschi, global market strategist di JP Morgan AM – e il fattore più importante è il rapporto tra Usa ed Europa. I sondaggi sulla tendenza economica mostrano prudenza anche se il contesto rimane ancora relativamente solido, il che ci fa pensare che non arriverà una recessione”. Secondo la strategist, la solidità dell’economia privata e la politica fiscale espansiva sono i puntelli della crescita che “dopo un rallentamento nella seconda parte dell’anno dovrebbero spingere la ripresa nel 2026”.

 

La politica fiscale torna centrale per la crescita economica

La crescente propensione del governo Usa all’aumento della spesa pubblica genererà, secondo le stime 3.300 miliardi di dollari di nuovo debito pubblico e non verrà compensato dall’aumento della pressione tariffaria (dazi) stimabile fino a 2.500 miliardi di dollari. “È un cambiamento strutturale” sottolinea Toschi, in cui di delinea un contesto commerciale fatto di dazi e una globalizzazione suddivisa in blocchi politici. “La frammentazione delle alleanze commerciali è destinata a incidere sulla stabilità dei prezzi a livello mondiale” aggiunge la strategist. “Le conseguenze sul rapporto debito/Pil Usa influenzano il mercato dei Treasury e la forza del dollaro. Anche l’inflazione, per ora sotto controllo, potrebbe subire pressioni rialziste, in parte dovute al rallentamento dei flussi migratori e alla scarsità di manodopera”. Il risultato è una posizione attendista degli operatori di mercato che cercano maggiore chiarezza sulla direzione dei tassi di interesse e sulla traiettoria fiscale degli Stati Uniti.

Anche l’Europa è in una fase di apertura verso l’espansionismo fiscale. Protagonista la Germania, ovvero uno degli alfieri del controllo della spesa fino a qualche anno fa.
Il cambiamento costituzionale in Germania e il ritorno a politiche fiscali più espansive a livello europeo rappresentano per JP Morgan AM una leva fondamentale, in particolare per Paesi come l’Italia, che potrebbero beneficiare di un contesto più favorevole alla crescita e agli investimenti. L’Europa può godere peraltro, rispetto agli Stati Uniti, di una migliore sostenibilità del debito “sempre grazie alla Germania” precisa Toschi.

 

Europa-Usa, il gap si riduce

Il fattore fiscale si aggiunge alla maggiore convenienza dei mercati azionari europei e al diverso posizionamento di Bce e Fed – più espansiva la prima che potrebbe tagliare i tassi di interesse ancora una volta nell’anno in corso – nel giustificare la riduzione del gap tra i mercati finanziari del Vecchio continente e quelli statunitensi visto nella prima parte dell’anno. Un movimento che, secondo la strategist di JP Morgan AM potrebbe proseguire.

“In questo contesto – ha evidenziato Toschi – diversificare diventa oggi ancora più importante in quanto significa andare al di là degli Stati Uniti, e in particolare al di là dei loro titoli tecnologici. Riteniamo che questa ricerca di diversificazione sia guidata dai fondamentali e sia quindi positiva. Nelle fasi di lancio delle grandi innovazioni tecnologiche, spesso si perdono di vista i fondamentali. Ora sembrerebbe che il mercato li abbia ritrovati”.

 

Diversificazione: mercati emergenti e obbligazioni

In ottica di diversificazione geografica e settoriale un ruolo fondamentale lo giocano i Paesi emergenti, in particolare asiatici. La Cina resta un nodo critico: la crisi del settore immobiliare e la carenza di fiducia continuano a pesare, e il mix attuale di politiche fiscali e monetarie “è ancora insufficiente” a determinare una vera svolta. Tuttavia “casi come quello di Deepseek mostrano che esistono opportunità interessanti a valutazioni più basse rispetto a quelle degli Stati Uniti”. Nel complesso la posizione di JP Morgan AM sulla Cina rimane positiva soprattutto con riferimento alle società che guardano fuori dal Paese mentre il contesto domestico, come detto sopra, rimane ancora incerto.

Meno ottimista lo scenario per il Giappone dove pesa lo scenario dei tassi di interesse, destinati a salire, mentre in India, snodo centrale, Maria Paola Toschi indica la strada dello stock picking, ovvero una selezione attenta delle azioni su cui investire vista la presenza di valutazioni, in alcuni casi, troppo elevate. “Stock picking e gestione attiva – afferma – diventano strumenti indispensabili per sfruttare l’eterogeneità dei mercati emergenti, i cui titoli oggi mostrano dispersioni significative nei fondamentali”.

Le obbligazioni continuano a offrire protezione in scenari di debolezza economica, come quello che potrebbe verificarsi nel breve termine. L’irripidimento della curva dei rendimenti, dovuto all’aumento del debito Usa, indcia che gli investitori richiedono premi più elevati per le scadenze lunghe. A livello aziendale, la qualità creditizia resta elevata e gli spread rimangono sotto controllo “grazie al rafforzamento patrimoniale perseguito negli ultimi anni”. Anche il debito emergente potrebbe essere un buon diversificatore in un contesto di debolezza del dollaro e tassi Fed in discesa.

Secondo JP Morgan AM il dollaro è entrato in una fase di debolezza ciclica. Il processo di diversificazione delle riserve da parte delle Banche centrali – in parte verso l’oro – segnala una riduzione del premio di valutazione di cui ha sempre goduto il biglietto verde. Tuttavia non si prevede un imminente scenario di de-dollarizzazione “Il dollaro resta dominante con una quota del 60% delle riserve mondiali, contro il 20% dell’euro e appena il 3% dello yuan” chiarisce Toschi.

Immagine di Redazione

Redazione

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