Ci sono notizie che, anche quando vengono smentite, continuano a lavorare sotto traccia. Non perché siano necessariamente vere, ma perché aprono una crepa nel racconto ufficiale. La voce secondo cui Christine Lagarde starebbe valutando di lasciare in anticipo la presidenza della Bce prima della scadenza naturale del mandato nell’ottobre 2027 appartiene a questa categoria. È bastata un’indiscrezione del Financial Times, seguita dalla prevedibile smentita riportata da Reuters a riaccendere un interrogativo che in Europa non si pone quasi mai in modo frontale: quanto è davvero indipendente la Bce?
In questo articolo:
- Lagarde, addio in anticipo alla Bce?
- Le elezioni in Francia e la nomina del numero uno della Bce
- I precedenti dell’asse Parigi-Berlino
- La Fed deve essere indipendente, la Bce no?
- Lagarde, Bce e la prova dell’indipendenza
Lagarde, addio in anticipo alla Bce?
La questione non è se Christine Lagarde lascerà davvero prima del tempo. La presidente ha fatto sapere, tramite un portavoce, di essere “totalmente concentrata sulla sua missione” e di non aver preso alcuna decisione circa la fine del mandato. È la formula rituale che accompagna ogni fase di turbolenza istituzionale. Il punto è un altro. Se veramente lo stesse decidendo in funzione delle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno, allora il problema non è la persona di Lagarde. È l’architettura. Ma andiamo con ordine. O meglio, ripartiamo da quanto rilanciato dal Financial Times.
Il giornale britannico ha evidenziato che Lagarde vorrebbe lasciare l’incarico prima delle prossime elezioni presidenziali francesi (previste nel 2027) per consentire all’attuale capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, e al cancelliere tedesco Friedrich Merz di individuare il successore alla guida di una delle istituzioni chiave dell’Unione. Macron, che non potrà ricandidarsi, avrebbe da mesi espresso il desiderio di avere voce in capitolo nella scelta del prossimo presidente della Bce. E qui il quadro si fa più politico che monetario.
Le elezioni in Francia e la nomina del numero uno della Bce
La Francia si avvia a un appuntamento elettorale ad altissimo rischio sistemico. Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, è stabilmente in testa ai sondaggi per il primo turno. È vero che pesa su di lei una condanna per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo, attualmente oggetto di appello, ed è vero che in caso di esclusione il testimone potrebbe passare al suo delfino Jordan Bardella. Ma il punto non è la casistica giudiziaria. Il punto è che una vittoria dell’area sovranista in Francia cambierebbe gli equilibri europei in modo radicale. Se davvero l’ipotesi sul tavolo fosse quella di “blindare” la successione alla Bce prima che un eventuale presidente francese euroscettico possa incidere sulla scelta, allora siamo davanti a un paradosso. Per evitare l’ingerenza politica futura, si anticipa una decisione politica oggi. Si sacrifica il principio per proteggere l’istituzione. Ma quale istituzione resta, se il principio viene piegato alla contingenza?
Vale la pena ricordare come funziona formalmente la nomina del presidente della Bce. Il presidente viene nominato dal Consiglio europeo, cioè dai capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’area euro, a maggioranza qualificata, su raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea e previa consultazione del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della Bce. Non esiste un diritto di veto formale di Francia e Germania. Tuttavia, nella prassi politica, nessuna nomina di questa portata avviene senza un’intesa tra Parigi e Berlino. L’equilibrio franco-tedesco resta il perno non scritto dell’Unione monetaria. Dunque, dire che serva “l’assenso” di Francia e Germania non è corretto sul piano giuridico, ma è realistico sul piano politico.
I precedenti dell’asse Parigi-Berlino
Non è la prima volta che un accordo tra Eliseo e Cancelleria decide i destini di Francoforte. Nel 2019 fu proprio un’intesa tra Macron e l’allora cancelliera Angela Merkel a portare Lagarde alla guida della Bce e Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Uno scambio politico in piena regola, confezionato come compromesso europeo. Nessuno gridò allo scandalo. Ma già allora si poteva cogliere una verità scomoda: l’indipendenza formale della Banca centrale convive con una genesi profondamente politica del suo vertice.
Christine Lagarde non è un’economista di formazione accademica, come lo era Mario Draghi, né un banchiere centrale di lungo corso come Jean-Claude Trichet. È un’avvocata, una politica, una negoziatrice, già ministra dell’Economia francese e direttrice generale del Fondo monetario internazionale. La sua cifra è sempre stata la capacità di mediazione più che la dottrina monetaria. E il suo mandato è stato plasmato da una sequenza di crisi che avrebbero messo in difficoltà chiunque: la pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, lo shock energetico, la fiammata inflattiva che ha portato l’inflazione dell’Eurozona a sfiorare l’11 per cento nel 2022.
Sotto la sua guida, la Bce è passata in poco più di un anno da tassi negativi al meno 0,5 per cento a un picco del 4 per cento, per poi avviare una graduale discesa fino al 2 per cento quando l’inflazione è rientrata verso l’obiettivo. È stata una stretta monetaria tardiva? È stata sufficientemente aggressiva? Il dibattito tecnico resta aperto. Ma ciò che qui interessa è un altro aspetto: la Bce ha agito in base al mandato di stabilità dei prezzi o è stata condizionata dal contesto politico, dalle pressioni dei governi, dalle paure sulla sostenibilità dei debiti sovrani?
La Fed deve essere indipendente, la Bce no?
Chi oggi solleva il tema dell’indipendenza della Bce non può dimenticare le lezioni impartite negli ultimi anni agli Stati Uniti. Quando Donald Trump attaccava frontalmente la Federal Reserve e il suo presidente per le scelte sui tassi, in Europa si levavano voci indignate. La banca centrale deve essere indipendente. La politica non può dettare l’agenda monetaria. Era, ed è, un principio sacrosanto. Ma vale solo oltre Atlantico? Se davvero la tempistica dell’uscita di Lagarde fosse calibrata per influire sulla finestra di nomina del successore, ci troveremmo di fronte a un cortocircuito logico. L’indipendenza non è solo la libertà di fissare i tassi senza interferenze dirette. È anche la percezione che le dinamiche interne all’istituzione non siano funzionali a equilibri elettorali nazionali.
Il toto-nomi, in questo senso, non è un semplice esercizio accademico. Tra i profili citati dagli economisti interpellati dal Financial Times figurano l’ex governatore della Banca centrale spagnola Pablo Hernández de Cos, l’olandese Klaas Knot, l’attuale membro del board Isabel Schnabel e il presidente della Bundesbank Joachim Nagel. Ognuno rappresenta una sensibilità diversa all’interno del Consiglio direttivo. Ognuno incarnerebbe un diverso equilibrio tra falchi e colombe, tra rigore anti-inflazione e attenzione alla crescita. Ma prima ancora delle preferenze monetarie, conta la cornice politica. Se la scelta dovesse avvenire prima delle presidenziali francesi per evitare che un eventuale capo di Stato euroscettico possa incidere, il messaggio sarebbe chiaro: la Bce è un terreno di competizione tra capitali nazionali. Non un’arena neutrale.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Lagarde, in una recente intervista televisiva, ha ricordato di aver accettato l’incarico convinta di restare cinque anni, salvo poi sentirsi dire da Macron che il mandato sarebbe stato di otto. Una frase apparentemente innocua, che però restituisce l’idea di una negoziazione politica originaria. Come se la durata stessa del mandato fosse oggetto di trattativa. Non si tratta di mettere in discussione la legittimità di Lagarde o la correttezza delle sue decisioni. Si tratta di interrogarsi sul modello europeo. L’Unione monetaria è costruita su una tensione permanente tra tecnocrazia e politica.
La Bce è l’istituzione più indipendente del continente sul piano statutario. Ma è anche la più esposta, perché le sue decisioni hanno effetti redistributivi enormi tra Paesi creditori e Paesi debitori, tra Nord e Sud, tra governi con margini fiscali e governi stretti dai vincoli di bilancio. In questo quadro, l’eventualità di un avvicendamento anticipato motivato da considerazioni elettorali nazionali sarebbe un segnale potente. Non tanto perché cambierebbe immediatamente la linea sui tassi, quanto perché incrinerebbe la narrazione di neutralità.
Lagarde, Bce e la prova dell’indipendenza
L’Europa ha già attraversato momenti in cui l’indipendenza della Bce è stata messa alla prova. Dalla crisi del debito sovrano al celebre “whatever it takes” di Draghi, ogni passaggio ha sollevato accuse opposte: chi parlava di eccessiva indulgenza verso i Paesi periferici, chi denunciava un eccesso di austerità. Eppure, proprio in quei frangenti, la forza della Bce è stata la capacità di rivendicare un mandato tecnico. Oggi il rischio è più sottile. Non è l’attacco frontale di un leader che twitta contro il governatore. È la gestione preventiva delle nomine per sterilizzare un esito elettorale sgradito. È la politica che si muove in anticipo per evitare che altra politica possa intervenire dopo.
La domanda finale, allora, non è se Lagarde resterà fino al 2027. È se l’Eurozona sia pronta ad accettare che la sua banca centrale venga percepita come parte del gioco politico nazionale. Perché una volta che il dubbio si insinua, la credibilità – vero capitale di una banca centrale – diventa più fragile. E forse, al di là delle smentite di giornata, è proprio questo il tema che merita di essere discusso. Non la cronaca dell’addio, ma la sostanza dell’indipendenza. Se l’Europa vuole continuare a presentarsi come un’unione fondata su regole e istituzioni autonome, deve dimostrare che le scelte chiave non sono dettate dalla paura delle urne. Altrimenti, la prossima volta che guarderemo oltre Atlantico per criticare le pressioni sulla banca centrale americana, qualcuno potrebbe ricordarci che anche a Francoforte la linea di confine tra tecnica e politica è meno netta di quanto amiamo raccontare.









