In Italia esistono circa 7 milioni di micro e piccole imprese e partite Iva individuali, una platea che da quindici anni vede restringersi il credito complessivo a disposizione, sceso dai 200 miliardi di euro del 2010 a meno di 100 miliardi di oggi. È dentro questo paradosso, un’economia fatta in larga parte di piccoli operatori sempre più difficili da finanziare, che si muove Banca AideXa, l’istituto fondato da Roberto Nicastro che in meno di sei anni ha raggiunto i 42 milioni di euro di ricavi, finanziato oltre 7mila imprese e chiuso il 2025 con il primo utile netto della sua storia. Un percorso che Nicastro, presidente e co-fondatore della banca, racconta a Borsa&Finanza.
In questo articolo:
- Una scelta di campo, mantenuta nel tempo
- Banca AideXa, la digitalizzazione delle micro imprese accelera
- Il mito delle imprese troppo piccole
- La continua evoluzione di Banca AideXa
- Il nodo dei bias e il ruolo dell’algoritmo
- Risiko bancario: la lettura di Nicastro
- Il rialzo dei tassi della Bce
- La diatriba degli extraprofitti
Una scelta di campo, mantenuta nel tempo
Il punto di partenza del ragionamento di Nicastro è la fedeltà a un disegno iniziale molto preciso: concentrarsi esclusivamente sul segmento delle micro e piccole imprese, lasciando da parte le medie, «un altro mondo da tanti punti di vista». La contrazione del credito a questo segmento, racconta, non si spiega soltanto con una minore domanda, pure influenzata dalle incertezze macroeconomiche degli ultimi anni, dalla guerra in Ucraina alla crisi in Iran, dal prezzo del petrolio ai dazi commerciali. Il problema, sostiene, è molto anche di offerta.
E a quel problema AideXa ha scelto di rispondere puntando in modo sistematico sull’intelligenza artificiale, arrivata, dice Nicastro, «in tempo rispetto al boom» e «inserita anche nel nome del nostro istituto». L’uso dell’AI, prosegue, ha permesso alla banca di affrontare alcuni nodi storici del credito alle piccole imprese: l’asimmetria informativa tra banca e cliente, le diseconomie di scala che rendono costosa l’istruttoria a prescindere dall’importo richiesto, e la scelta, fatta fin dall’inizio, di accedere ai conti correnti aziendali per costruire in tempi rapidi una stima della probabilità di default.
A questo si affianca quello che Nicastro chiama un «digitale dolce»: nel 99% dei casi il cliente ha un contatto in video con un business banker della banca, un’interazione che, a suo avviso, risulta perfino più efficiente, per il cliente stesso, rispetto a recarsi fisicamente in una filiale.
Banca AideXa, la digitalizzazione delle micro imprese accelera
Tra i dati più recenti comunicati dalla banca ce n’è uno che, secondo Nicastro, racconta un cambio di paradigma: tra impatto del Covid e fatturazione elettronica le micro e piccole si sono molto più digitalizzate e sono molto più pronte a una interazione appunto efficiente e prevalentemente digitale. Ma perché, allora, le micro e piccole imprese restano un segmento poco appetibile per il sistema bancario, nonostante i numeri parlino chiaro? Nicastro individua tre cause. «La prima sono le diseconomie di scala: il costo di un’istruttoria creditizia tende a essere lo stesso a prescindere dall’importo, che si tratti di 80mila euro o di 2 milioni, e questo porta naturalmente le banche a privilegiare le operazioni più grandi.
La seconda è l’asimmetria informativa: il piccolo imprenditore, spesso con una contabilità semplificata e senza un vero business plan, ha ben chiari in testa l’andamento e le prospettive della propria azienda, ma fa molta fatica a trasmettere queste informazioni a un operatore esterno, generando un divario che rende la banca più cauta nell’erogare credito. La terza riguarda l’inefficacia delle garanzie reali in Italia: a differenza di quanto avviene all’estero, dove la banca finanzia sulla base della capacità di rimborso ma può contare su una garanzia escutibile in tempi ragionevoli, in Italia i tempi della giustizia civile rendono le garanzie reali molto poco efficaci come strumento operativo.», dice Nicastro senza mezzi termini. «Restano utili, in questo quadro, le garanzie pubbliche.»
«A questi tre fattori», aggiunge, «si somma un elemento di sistema che riguarda il credito nel suo complesso, non solo quello alle piccole imprese: i criteri di capitalizzazione e le normative europee, dall’Eba alla Bce, rendono l’attività creditizia meno attraente per le banche rispetto al risparmio gestito e all’attività commissionale. Una dinamica che vale per il credito in generale, ma che diventa particolarmente penalizzante quando si somma alle asimmetrie informative, alle diseconomie di scala e all’inefficacia delle garanzie reali nel segmento delle micro e piccole imprese.»
Il mito delle imprese troppo piccole
C’è poi un equivoco di fondo che, secondo Nicastro, il settore bancario e più in generale il sistema Paese non hanno ancora del tutto superato. È la narrazione, ricorrente da anni e presente, anche in alcuni passaggi della lettera che la Commissione europea ha inviato al governo italiano, secondo cui l’Italia sarebbe poco produttiva anche a causa di un numero eccessivo di micro e piccole imprese, che dovrebbero quindi fondersi tra loro. Una tesi che Nicastro considera superficiale. I numeri, spiega, raccontano una storia diversa: le micro e piccole imprese con una forma giuridica erano circa 4 milioni nel 2010 e sono oggi 4 milioni e 300mila, una cifra che sale a circa 7 milioni se si considerano anche i lavoratori autonomi individuali. Numeri che non diminuiscono, per ragioni che Nicastro definisce quasi «cromosomiche» e profondamente italiane, legate alla preferenza diffusa per essere a capo di una piccola realtà piuttosto che numero due di una grande azienda.
La risposta, secondo il presidente di AideXa, non è dunque immaginare una scomparsa di queste imprese, ma lavorare sulla loro produttività: digitalizzazione, integrazione in filiere, rafforzamento delle competenze, della loro organizzazione, della struttura manageriale. Un tema che, a suo avviso, resta piuttosto trascurato a livello di sistema, ben oltre il perimetro delle banche.
La continua evoluzione di Banca AideXa
Guardando al 2026, Nicastro anticipa l’evoluzione di alcune applicazioni basate su agenti di intelligenza artificiale a supporto della richiesta di finanziamenti e della produzione del credito. Per descrivere il cambiamento, parte dal confronto con il percorso tradizionale: normalmente, chiedere un prestito significa portare bilanci, carte e business plan in agenzia, attendere settimane, fornire ulteriori documenti su richiesta e attendere infine una risposta, con tempi medi tra la domanda e l’erogazione che, secondo Nicastro, si aggirano tra due e quattro mesi.
Il modello di AideXa parte invece da un appuntamento via video con un business banker, durante il quale vengono richiesti pochi dati essenziali, a partire dalla partita Iva. È la banca stessa, infatti, a recuperare autonomamente gran parte delle informazioni online, attraverso la Camera di Commercio e, previa autorizzazione del cliente secondo la normativa PSD2, attraverso l’accesso ai conti correnti aziendali. L’analisi di dodici mesi di flusso sui conti, spiega Nicastro, diventa per AideXa lo strumento per ricostruire dati che bilanci semplificati o gestiti dal commercialista non riescono a fornire.
L’intero appuntamento si svolge in circa un’ora in video, e dopo questa fase i tempi di risposta sono molto rapidi: una primissima indicazione può arrivare in due o tre giorni, mentre per l’erogazione effettiva, una volta completate le verifiche antiriciclaggio, possono bastare circa una settimana per i prestiti non garantiti e a breve termine, e circa tre settimane quando è coinvolto il Mediocredito Centrale. Tempi che Nicastro definisce comunque drasticamente più bassi rispetto ai processi creditizi tradizionali.
Banca AideXa, il nodo dei bias e il ruolo dell’algoritmo
Sul tema dei possibili bias legati all’uso crescente dell’intelligenza artificiale nei processi creditizi, Nicastro chiarisce innanzitutto che gli agenti AI non sostituiscono la componente umana, ma la rendono più efficiente: automatizzano, ad esempio, i numerosi controlli richiesti quando un credito è garantito da MCC o Sace, oppure forniscono al cliente indicazioni immediate sulla documentazione necessaria quando non è disponibile in tempo reale un operatore al telefono. La valutazione del merito di credito, sottolinea, mantiene comunque due fasi: una prima valutazione algoritmica, che produce un esito assimilabile a un semaforo verde, giallo o rosso, e un secondo passaggio, riservato ai casi giallo, in cui interviene un analista creditizio in carne e ossa.
Per quanto riguarda eventuali distorsioni dell’algoritmo, in particolare sui casi respinti, Nicastro racconta che AideXa effettua verifiche periodiche per individuare forme di disparità territoriale, confrontando ad esempio il trattamento riservato a clienti provenienti da aree diverse del Paese. Nel credito alle imprese il tema dei bias è meno rilevante rispetto al credito al consumo, dove esistono dinamiche specifiche più delicate da gestire. A conferma dell’attenzione della banca su questo fronte, Nicastro cita un dato comunicato la settimana precedente, secondo cui la Campania è la seconda regione italiana per importanza nel portafoglio crediti di AideXa, con quote di mercato al Sud leggermente superiori a quelle del Nord, un effetto che attribuisce essenzialmente alla concorrenza.
Risiko bancario: la lettura di Nicastro
Soffermandosi sul tema del risiko bancario, anche in virtù del lancio dell’ops di Intesa Sanpaolo su Mps, Nicastro spiega che per le grandi banche italiane il tema centrale è come crescere o consolidare la redditività in un sistema Paese ormai abituato a una crescita del Pil vicina allo zero, frenata dalla dinamica demografica. In un contesto in cui il costo del rischio è ai minimi storici, e quindi difficilmente migliorabile ulteriormente, l’unica leva rimasta è quella dei costi operativi. E le operazioni di fusione e acquisizione, secondo Nicastro, sono lo strumento naturale per intervenire sulle duplicazioni, dalle direzioni generali ai sistemi informativi, fino alla rete degli sportelli.
È questo, a suo avviso, il driver di fondo dietro l’ondata di operazioni M&A che ha caratterizzato il settore negli ultimi tempi. Per quanto riguarda AideXa, Nicastro esclude che la banca possa diventare oggetto di operazioni M&A in entrata in questa fase: la priorità resta la coerenza con la direzione strategica della banca, e solo se un’eventuale operazione fosse funzionale a quella strategia potrebbe avere senso valutarla, senza che questo significhi che vi siano dossier aperti in tal senso al momento.
Il rialzo dei tassi della Bce
Anche se la Bce è tornata ad aumentare il costo del denaro di 25 punti base dopo un ciclo di riduzione, Nicastro non vede un grosso problema, sostenendo che la vera questione è strutturale e riguarda l’evoluzione dell’inflazione nel medio-lungo periodo. Da un lato vi sono fattori congiunturali, come le tensioni nel Golfo, che ricordano la dinamica innescata dalla guerra in Ucraina nel febbraio 2022, quando lo shock energetico spinse l’inflazione verso il 4% prima di un ritorno verso il 2%, livello che Nicastro considera storicamente un buon riferimento di lungo periodo.
Dall’altro lato, però, esistono fattori strutturali che potrebbero spingere quel 2% verso livelli stabilmente più elevati: i bilanci delle banche centrali, ricorda il presidente di Banca AideXa, si sono moltiplicati di sette volte nell’arco di quindici anni, generando una liquidità che ha alimentato un’inflazione degli asset finanziari, con valutazioni di borsa difficilmente spiegabili sulla base dei fondamentali tradizionali. Combinata con il calo demografico e una minore globalizzazione, questa dinamica potrebbe portare, secondo Nicastro, a un incremento strutturale dell’inflazione di lungo periodo.
La diatriba degli extraprofitti
L’intervista si chiude su un tema ricorrente nel dibattito pubblico italiano, quello degli extraprofitti bancari e delle proposte di tassazione ad hoc. Nicastro articola la sua posizione su più punti. Innanzitutto, ricorda che se si vuole parlare di extraprofitti occorre guardare a un orizzonte temporale lungo: gli ultimi tre anni sono stati, senza dubbio, anni d’oro per le banche, ma se si considerano gli ultimi quindici, a fronte di circa quattro anni eccezionali se ne contano circa undici molto difficili, e una valutazione equilibrata non può ignorare questo arco più ampio.
In secondo luogo, sostiene che la fiscalità dovrebbe essere neutrale tra i diversi settori dell’economia. Inoltre, mette in guardia dal confondere temi di tutela del consumatore, come la scarsa concorrenza sulla remunerazione della raccolta o l’inerzia dei clienti nel cambiare banca, con temi fiscali, sottolineando che si tratta di questioni distinte che richiedono strumenti diversi.
Infine, ricorda come in passato alcune proposte di tassazione degli extraprofitti abbiano fatto riferimento al totale attivo delle banche piuttosto che ai profitti, un approccio che definisce paradossale, perché finirebbe per penalizzare proprio l’attività di erogazione del credito, già di per sé non favorita dal quadro regolatorio. Un tema, osserva infine, che torna puntualmente a ogni avvicinarsi di scadenze elettorali o della manovra di Bilancio.









