Outlook 2026 Natixis: il ciclo economico Usa non è ancora finito

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Natixis ha presentato a Milano il suo outlook 2026, offrendo una panoramica dei principali trend economici e finanziari a livello globale. Lo scenario, nonostante gli allarmi su una bolla delle Big tech, rimane positivo sia a livello macroeconomico che per quanto riguarda i mercati finanziari. Gli Stati Uniti, saranno come sempre protagonisti, favoriti anche dal posizionamento del dollaro Usa, su livelli minimi contro l’euro. Secondo Chetouane Mabrouk, head of strategist di Natixis, gli investitori europei con esposizione in dollari, che lungo il 2025 sono stati penalizzati dalla discesa del biglietto verde, potranno invece contare su un recupero nel corso del 2026.

 

Economia Usa in fase di transizione ma ancora solida

Le fasi di transizione non sono quasi mai tranquille. Quella che gli investitori stanno affrontando non fa eccezione. L’economia statunitense rimane il motore principale del ciclo globale e le decisioni della Federal Reserve sono una delle principali determinanti del suo andamento.

I mercati finanziari guardano con preoccupazione alla prossima riunione di dicembre, quando la Banca centrale americana si troverà a decidere dopo il periodo di “disruption” nella pubblicazione dei dati economici determinato dallo shutdown dell’amministrazione Usa.

Tema centrale è il mercato del lavoro, con le assunzioni che mostrano stabilità ma senza eccessi. Chetouane spiega che “un ulteriore deterioramento del mercato del lavoro Usa, che corrisponde alla nostra ipotesi, potrebbe frenare i consumi nel quarto trimestre. Ci aspettiamo che il ciclo economico Usa toccherà i minimi tra il quarto trimestre del 2025 e il primo del 2026”. Nonostante tutto, le attese per la crescita dei mesi estivi sono positive, con un Pil che su base annua dovrebbe attestarsi all’1,8% per fine 2025 “oltre le aspettative di consensus e oltre le previsioni della Fed”.

Per quanto riguarda l’inflazione, Natixis ritiene che i rischi legati ai dazi siano contenuti. “L’impatto ci sarà – ha affermato Mabrouk – ma sarà moderato”. D’altronde gli Stati Uniti importano solo il 25% delle merci dall’estero. Pertanto, “non cambierà in modo sostanziale l’orientamento della politica monetaria nel 2026”. Orientamento che, per quanto riguarda la Fed, rimarrà al ribasso. Natixis prevede infatti ulteriori tagli dei tassi di interesse, con l’obiettivo di raggiungere la soglia della neutralità monetaria attorno al 3%, sostenendo in tal modo il ciclo economico statunitense. Oltre alla politica monetaria, la spinta alla crescita arriverà anche dagli interventi fiscali.

 

Europa: crescita debole e sfide strutturali

L’Europa mostra una dinamica di crescita più lenta e frammentata rispetto agli Stati Uniti. Chetouane ha parlato di produttività stagnante e debole crescita del credito. “Il vero problema – sottolinea il manager – è la produttività. Se la produttività non cresce, l’Europa non può generare crescita economica sostenibile”. La Bce, che ha già tagliato i tassi di interesse fino alla soglia del 2%, manterrà ora un approccio prudente ma ha lo spazio per ridurli fino all’1,5%. Inoltre continuerà lo stimolo fiscale, un fattore che permette al manager di Natixis di evidenziare la differenza tra Stati Uniti “un mercato chiuso in grado di alimentarsi da solo” e l’Europa “dove è necessario l’intervento governativo per alimentare gli ingenti investimenti necessari”. Non a caso, nota l’esperto, negli Stati Uniti gli investimenti in infrastrutture sono cresciuti enormemente, soprattutto come conseguenza delle spese effettuate dalle società tecnologiche.

Ciò su cui è forte l’Europa è invece il risparmio (a detrimento dei consumi) che nei Paesi core – Francia, Germania, Italia e Spagna – sta salendo alle stelle. Risparmio che però si incanala verso forme di investimento monetario e obbligazionario, mitigando fino a farlo quasi scomparire l’effetto ricchezza che invece rende tanto forti gli Stati Uniti grazie a Wall Street.

 

Cina e mercati emergenti: rischi strutturali e opportunità

Un elemento centrale dell’analisi di Natixis riguarda la Cina, identificata come uno dei principali rischi macroeconomici globali. Chetouane ha evidenziato la transizione strutturale cinese, con la fine del modello di crescita basato sul settore immobiliare. “Le compravendite immobiliari stanno crollando – ha ripreso il manager – e dato che in Cina oltre il 60% della ricchezza delle famiglie è concentrata nell’immobiliare, questo è un freno enorme ai consumi”. La conseguenza è una riduzione della crescita tendenziale della Cina al 3%, con impatti diretti sulle esportazioni europee e sulla domanda globale di materie prime.

Maggiore ottimismo viene espresso sugli altri mercati emergenti, che hanno già completato i rispettivi cicli di rialzo dei tassi di interesse e godono di inflazione contenuta e valute sottovalutate, creando opportunità per investimenti obbligazionari e in valuta locale. “Questa è la prima volta in più di dieci anni – nota Chetouane – che vediamo un ciclo in cui le condizioni macroeconomiche globali favoriscono chiaramente i mercati emergenti”.

 

Niente rischio bolla sul tech

Per quanto riguarda i mercati finanziari, Chetouane ha sottolineato che, nonostante le alte valutazioni dei titoli tecnologici, i principali indicatori macro-finanziari non segnalano rischi di bolla. “L’indice delle condizioni finanziarie rimane positivo, confermando la sostenibilità del mercato statunitense”. Meglio in ogni caso dotarsi di un portafoglio di investimento equilibrato, con esposizione calibrata tra azioni, obbligazioni e mercati emergenti, sfruttando le opportunità generate dai cambiamenti di politica monetaria e dai cicli economici regionali.

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Redazione

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