Petrolio: ecco come impatta su inflazione e crescita la guerra Usa-Iran

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I prezzi del petrolio continuano a salire mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran è giunta al suo settimo giorno. Gli attacchi militari da entrambe le parti non accennano ad attenuarsi. Le rassicurazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla protezione delle navi che transitano nello Stretto di Hormuz dalle offensive iraniane non hanno sortito effetti positivi sul mercato petrolifero, con il Brent salito oltre gli 85 dollari al barile. A questi livelli, il rischio di un ritorno dell’inflazione ai livelli del 2022 diventa più concreto.

 

In questo articolo:

 

  • Petrolio: quanto può impattare sull’economia
  • Petrolio: gli Usa riusciranno a risolvere la situazione nello Stretto di Hormuz?
  • Petrolio: quanto può impattare sull’economia

 

La Cina scende in campo

Sulle ripercussioni del rally del petrolio attraverso i rincari energetici si è espressa Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale. A suo avviso, con un aumento dei prezzi dell’energia del 10%, l’inflazione globale potrebbe salire di 40 punti base, mentre la crescita economica rallenterebbe dello 0,1-0,2%. “L’economia mondiale ha mostrato una resilienza notevole. Uno shock dopo l’altro, eppure la crescita è al 3,3%”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a margine della conferenza dell’Fmi “Asia in 2050”, tenutasi a Bangkok. “Ma questa resilienza è ancora una volta messa alla prova”.

Georgieva ha inoltre avvertito che molti Paesi stanno affrontando l’ultima crisi in Medio Oriente con “margini di sicurezza ridotti” dopo gli shock precedenti. Tuttavia, ha sottolineato che molte economie asiatiche hanno costruito una maggiore capacità fiscale e riserve più solide negli ultimi due decenni. In questo contesto, l’organismo sovranazionale con sede a Washington sta tenendo colloqui con diversi Paesi per fornire eventuale assistenza qualora l’incertezza dovesse aumentare. Tra l’altro, ha in corso “programmi attivi con 50 Paesi ed è pronto ad ampliare gli accordi esistenti o a crearne di nuovi se necessario”, ha precisato Georgieva.

Le preoccupazioni riguardano soprattutto gli Stati importatori di petrolio, i Paesi a basso reddito e con elevati livelli di debito, nonché le isole del Pacifico che si trovano “alla fine della catena di approvvigionamento”, ha sottolineato. “Il nostro consiglio a tutti i membri è di agire con decisione per mettere in ordine la propria economia nel miglior modo possibile in un mondo caratterizzato da maggiore incertezza”, ha aggiunto. Alla luce di ciò, Georgieva ha invitato i responsabili delle politiche economiche a “monitorare attentamente l’andamento dei prezzi e delle valute e a ricostruire margini fiscali nei periodi di crescita”.

 

Petrolio: gli Usa riusciranno a risolvere la situazione nello Stretto di Hormuz?

Questa settimana Donald Trump ha provato a rassicurare i mercati affermando che gli Stati Uniti forniranno misure di sicurezza militari per proteggere le petroliere e le navi di gas che attraversano lo Stretto di Hormuz dal fuoco nemico rappresentato dall’Iran. Tuttavia, secondo Samantha Dart, corresponsabile della ricerca globale sulle materie prime di Goldman Sachs, la fiducia che tali misure possano risolvere la situazione è molto bassa a causa “dell’elevato numero di petroliere” e della possibile inefficacia “di queste scorte contro eventuali attacchi con droni”.

La foce del Golfo è attualmente bloccata e alcuni produttori sono stati costretti a interrompere la produzione. Se il problema dovesse persistere, gli esportatori di gas e petrolio saranno costretti a cercare rotte alternative, più complesse e costose, oppure a ridurre l’output. Questo scenario rischierebbe di alimentare ulteriormente la pressione inflazionistica sulle materie prime e di frenare il mercato. Dart prevede che il Brent potrebbe arrivare fino a 100 dollari al barile se i flussi ridotti nello Stretto di Hormuz dovessero protrarsi fino a cinque settimane.

 

La Cina scende in campo

Uno dei Paesi che potrebbero essere maggiormente danneggiati dall’interruzione del passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz è la Cina, oggi il più grande importatore mondiale di petrolio. Secondo quanto riferito da tre fonti diplomatiche a Reuters, Pechino sarebbe in trattativa con l’Iran — proprietario di metà delle acque territoriali che delimitano lo stretto — per consentire il passaggio sicuro di greggio e gas naturale liquefatto.

La strategia delle autorità cinesi si basa sui rapporti amichevoli con la Repubblica Islamica. Un segnale di relativo ottimismo deriva dal fatto che, all’inizio della settimana, il governo iraniano ha dichiarato che le navi statunitensi, israeliane, europee e dei loro alleati non saranno autorizzate a passare, senza menzionare la Cina. Tuttavia, la mossa di Teheran potrebbe avere conseguenze indirette sull’economia cinese attraverso l’aumento generalizzato dei prezzi delle materie prime.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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