Petrolio: inascoltato l’appello di Trump, ma l’Arabia Saudita offre un’alternativa a Hormuz

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Continua la corsa del petrolio che supera ha superato quota 105 dollari al barile. L’appello lanciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump agli altri Paesi per creare una coalizione finalizzata alla riapertura dello Stretto di Hormuz sembra essere caduto nel vuoto, mentre la guerra in Medio Oriente è arrivata alla terza settimana senza che vi sia il minimo accenno alla sua conclusione. La sensazione generale è che le quattro o cinque settimane pronosticate da Trump per la fine delle ostilità tra Usa-Israele e Iran non saranno sufficienti, con la conseguenza che l’incertezza e la volatilità rischiano di spingere le quotazioni del petrolio a livelli molto preoccupanti.

 

In questo articolo:

 

  • Petrolio: l’appello inascoltato di Trump
  • La posizione della Cina
  • Petrolio: l’Arabia Saudita offre un’alternativa allo Stretto di Hormuz

 

Petrolio: l’appello inascoltato di Trump

Lo Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% del petrolio trasportato in tutto il mondo, è invalicabile per le navi americane, israeliane e di tutti i Paesi alleati nella guerra contro l’Iran. Ogni petroliera che porta bandiera nemica è oggetto di attacchi militari da parte di Teheran. In una dichiarazione ai giornalisti a bordo dell’Air Force One durante il viaggio dalla Florida a Washington, Trump ha ribadito che le nazioni fortemente dipendenti dal petrolio dovrebbero scortare le navi che transitano dalla foce del Golfo. “Sto chiedendo che questi Paesi vengano a proteggere il proprio territorio perché è il loro territorio”, ha detto. “È il luogo da cui prendono la loro energia”. Il tycoon ha precisato che gli Stati Uniti sono già in contatto con sette nazioni, senza indicarne i nomi. Tuttavia, la scorsa settimana, in un post sui social ha parlato della partecipazione di Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Gran Bretagna e altri.

Finora, però, l’accoglienza della proposta di Trump è stata molto tiepida. Anzi, Giappone e Australia hanno espressamente negato l’intenzione di inviare navi militari di scorta in Medio Oriente. In particolare, la prima ministra nipponica, Sanae Takaichi, nonostante sia una ferma sostenitrice di Trump, ha dichiarato oggi davanti al Parlamento che il Giappone non ha preso alcuna decisione al riguardo, ma continua a esaminare cosa effettivamente possa fare “all’interno del quadro giuridico”, tenendo conto che ogni azione è limitata dalla rinuncia costituzionale alla guerra. Il Sol Levante importa dal Medio Oriente circa il 95% del petrolio che consuma. Ancora più ferma appare la posizione dell’Australia, che si affida per gran parte ai combustibili mediorientali. “Sappiamo quanto sia incredibilmente importante, ma non è qualcosa che ci è stato chiesto o a cui stiamo contribuendo”, ha detto Catherine King, membro del gabinetto del primo ministro Anthony Albanese.

 

La posizione della Cina

La Cina non ha fretta. Oggi Fu Linghui, portavoce dell’Ufficio Nazionale di Statistica, ha sottolineato che le risorse energetiche del Paese sono sufficienti e che l’approvvigionamento è “relativamente forte”, costituendo una “base relativamente buona” per rispondere alla volatilità dei mercati esterni. Nel periodo gennaio-febbraio, la produzione nazionale di greggio cinese è aumentata dell’1,9% su base annua, raggiungendo 35,7 milioni di tonnellate metriche, ha riportato l’ufficio di statistica. Trump però continua a fare pressioni su Pechino affinché aumenti gli sforzi per ripristinare i flussi petroliferi attraverso Hormuz.

Ieri il capo della Casa Bianca ha dichiarato al Financial Times che potrebbe anche posticipare l’incontro, atteso alla fine di marzo, con il premier cinese Xi Jinping se Pechino non lo aiuterà a sbloccare lo stretto. “Penso che anche la Cina dovrebbe aiutare perché ottiene il 90% del suo petrolio dallo Stretto”, ha detto Trump. Tuttavia, secondo gli analisti, la Cina si affida allo stretto solo per una parte delle sue importazioni di petrolio via mare e le spedizioni che passano attraverso Hormuz rappresentano appena il 6,6% del consumo energetico totale del Paese. Questo spiega la ritrosia di Pechino a sostenere il presidente americano.

 

Petrolio: l’Arabia Saudita offre un’alternativa allo Stretto di Hormuz

Un’altra posizione delicata è quella ricoperta dall’Arabia Saudita, peso massimo dell’OPEC+ e tra i più grandi esportatori di petrolio al mondo. La chiusura dello Stretto di Hormuz sta creando molti problemi al regno guidato da Mohammed Bin Salman. Secondo alcune fonti vicine a Saudi Aramco, la compagnia statale saudita starebbe offrendo ai suoi clienti di lungo periodo un’alternativa: ricevere le forniture di aprile tramite il porto sul Mar Rosso di Yanbu Industrial. Tuttavia, la capacità dell’oleodotto da 5 milioni di barili al giorno che trasporta il greggio fino al porto è limitata e, di conseguenza, i clienti riceverebbero solo una parte della fornitura mensile programmata. In alternativa c’è la possibilità di ricevere il petrolio dai terminali del Golfo Persico, con il rischio però che la consegna non avvenga con la chiusura dello stretto.

Aramco ha aumentato le spedizioni da Yanbu dall’inizio della guerra. Il produttore saudita ha inoltre adottato una misura insolita, offrendo petrolio caricato dal porto anche tramite gare sul mercato spot. Ora sta iniziando a offrire forniture contrattuali dal terminale del Mar Rosso, ma tutte queste opzioni riflettono soltanto l’incertezza su quanto durerà il conflitto in Medio Oriente e su quando lo Stretto di Hormuz potrà riaprire,

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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