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Petrolio: quotazioni scendono a 70 dollari al barile, ecco perché

Petrolio: quotazioni scendono a 70 dollari al barile, ecco perché

Il petrolio si è diretto oggi verso i 70 dollari al barile, confermando il periodo di vendite nel mercato delle materie prime. Ciò avviene in una settimana cruciale per l’economia mondiale, con i dati sull’inflazione che verranno rilasciati da Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna e con le riunioni delle rispettive Banche centrali che decideranno sui tassi d’interesse. Il corso che seguiranno le quotazioni del greggio nei prossimi mesi sarà strettamente legato alla crescita economica, pertanto quanto emergerà da questa settimana riveste un’importanza fondamentale.

 

Petrolio: ecco cosa sta determinando le vendite

Il calo del prezzo del petrolio avviene nonostante alcune situazioni che in teoria dovrebbero favorirne l’aumento. Il 5 dicembre è entrato in vigore l’embargo UE sul greggio russo, almeno per le spedizioni che avvengono via mare. Nel contempo, però, ha preso il via il price cap a 60 dollari stabilito per le società petrolifere che intendono usufruire di servizi assicurativi, finanziari e di trasporto presso le compagnie europee.

La scorsa settimana è stato chiuso l’oleodotto Keystone, che collega i giacimenti del Canada alle raffinerie sulla costa del Golfo degli Stati Uniti. Il condotto ha riportato una fuoriuscita di 14 mila barili di petrolio, che si sono riversati in Kansas. La società canadese TC Energy che gestisce l’impianto ha detto ieri che ancora non è stata determinata la causa della perdita e non ha fornito una tempistica su quando il greggio potrà tornare a fluire.

Allora, cosa sta determinando questa tendenza a vendere da parte degli operatori di mercato? La ragione numero uno va ricercata nei timori di una recessione che faccia ridurre la domanda globale, soprattutto se l’inflazione non darà cenni di calo rapido e le Banche centrali saranno costrette a tenere alti i tassi di interesse. Tamas Varga, analista di PVM Oil Associates, ha affermato che le decisioni di questa settimana degli istituti centrali faranno luce su “come i responsabili delle politiche monetarie vedono lo stato attuale dell’economia mondiale”.

La Cina è la seconda ragione che pesa sui prezzi del greggio. Le autorità di Pechino fanno capire di volersi allontanare dalla politica zero Covid che ha caratterizzato gran parte del 2022. Ciò offre la prospettiva di una ripresa della domanda, perché il Dragone è il maggiore acquirente mondiale di petrolio. Tuttavia, l’aumento dei casi di contagio alimenta le preoccupazioni che alla lunga il Governo torni ad attuare delle restrizioni, anche se non dovessero essere così draconiane come lo sono state nella scorsa primavera.

 

Dove andranno i prezzi del greggio?

In questo momento non è facile fare un pronostico sulle quotazioni del petrolio nei prossimi mesi, visto il numero relativamente alto di variabili da tenere in gioco. “I mercati petroliferi rimarranno probabilmente volatili nel breve termine tra l’incertezza sull’impatto sulla produzione russa del divieto dell’UE, i titoli sulla politica COVID della Cina e i movimenti delle Banche centrali negli Stati Uniti e in Europa”, hanno scritto gli analisti di UBS in una nota.

Gli esperti della banca d’affari svizzera sono comunque convinti che il prezzo dell’oro nero tornerà a 100 dollari al barile nei prossimi mesi a causa dei vincoli dell’offerta, della domanda in aumento e della politica della produzione al risparmio da parte dell’OPEC+. A giudizio di Deutsche Bank, invece, vi è un rischio al rialzo dei prezzi dell’energia nel breve periodo, per via dell’embargo dell’UE sul greggio russo. Tuttavia, “l’incertezza dell’offerta dovrebbe attenuarsi entro la primavera del 2023”, precisa la banca tedesca.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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