I prezzi del petrolio hanno reagito con forti rialzi nell’immediatezza dell’escalation militare tra Israele e Iran. Il 13 giugno, dopo i primi bombardamenti israeliani sugli impianti nucleari e su altre infrastrutture iraniane, il Brent è salito del 7%, portandosi poco oltre i 74 dollari al barile, il Wti ha guadagnato il 7,6%, superando i 77 dollari. In seguito le quotazioni sono cresciute toccando guadagno in doppia cifra, prima di moderare nella prima parte della nuova settimana.
A favorire il rientro parziale dei prezzi del petrolio sono arrivate le prime voci di richiesta di negoziati da parte della Repubblica islamica, evidentemente in difficoltà. Ciò che però ha convinto finora gli investitori a non strapparsi i capelli è la mancata chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita quasi il 20% del consumo di oro nero globale.
“Questa reazione piuttosto limitata del mercato sembra fondata sul presupposto che questo conflitto rimarrà localizzato e non causerà uno shock duraturo alla produzione di petrolio” ha commenta Francois Rimeu, senior strategist di Crédit Mutuel AM.
In questo articolo:
- Stretto di Hormuz: l’arma dell’Iran (spuntata?)
- I conti in tasca al petrolio
- Prezzo del petrolio: i 3 scenari della guerra Israele-Iran
Stretto di Hormuz: l’arma dell’Iran (spuntata?)

Il vero rischio sistemico legato allo scontro tra Israele e Iran è la chiusura dello Stretto di Hormuz. “Un blocco dello stretto ridurrebbe il commercio di petrolio di circa il 15% e potrebbe far salire il prezzo del barile oltre i 100 dollari” continua Rimeu. In questo caso i timori di inflazione riprenderebbero forza. Tuttavia, secondo gli esperti, questa ipotesi appare oggi poco plausibile. L’Iran avrebbe troppo da perdere.
Lo strategist del Crédit Mutuel sottolinea che un blocco “da un lato impedirebbe all’Iran di esportare petrolio al suo principale partner, la Cina, e non sembra il momento giusto per entrare in conflitto con il Paese del dragone. Dall’altro perché la chiusura dello stretto scatenerebbe una reazione immediata da parte degli Stati Uniti, un rischio che oggi l’Iran non può permettersi di correre”.
La Repubblica islamica sembra pertanto avere opzioni limitate, in un momento in cui non può nemmeno appoggiarsi al sostegno dei suoi alleati tradizionali, Hezbollah in Libano, la Siria e la Russia.
I conti in tasca al petrolio
Il mercato del petrolio, con o senza l’Iran, appare in questo momento stabile. Si tratta di un altro elemento che gli investitori devono considerare. Rimeu nota che la produzione petrolifera del Paese degli ayatollah è di 3,3 milioni di barili al giorno, mentre il minimo della produzione venne raggiunto nel 2021 a 1,7 milioni. Come conseguenza l’offerta dovrebbe rinunciare a 1,5-2 milioni di barili al giorno, pari all’1,5% circa della produzione globale, una quota che lo strategist della banca francese ritiene insufficiente “a destabilizzare l’equilibrio tra domanda e offerta.
L’Opec+ avrebbe infatti la capacità di aumentare la produzione se necessario, dal momento che la sola Arabia Saudita ha poco meno di 2 milioni di barili al giorno di capacità inutilizzata”. Se non si verificheranno escalation ulteriori o un allargamento del confitto, Rimeu ritiene che i prezzi tornerebbero nella fascia tra 55 e 70 dollari al barile, senza impatti duraturi sui prezzi al consumo.
Prezzo del petrolio: i 3 scenari della guerra Israele-Iran
Elliot Hentov, responsabile macro policy research di State Street Global Advisors, ha preparato tre scenari di prezzo per il petrolio sulla base delle possibili evoluzioni del confitto tra Iran e Israele:
• Escalation senza limiti
• Guerra aerea prolungata
• Risoluzione anticipata
L’analista attribuisce la maggiore probabilità di verificarsi al terzo scenario (55%). In questo caso i prezzi del petrolio Brent si assesterebbero tra 60 e 65 dollari al barile. Concessioni dell’Iran sul programma nucleare, la soddisfazione di Israele per i risultati operativi raggiunti, l’instabilità interna del regime iraniano e la riluttanza degli Stati Uniti a continuare a mantenere il sostegno alla campagna israeliana sono i fattori che, secondo Hentov, potrebbero portare a una fine della guerra nel giro di due settimane.
Una guerra aerea prolungata ha una possibilità di verificarsi del 30% e porterebbe i prezzi del Brent tra 70 e 75 dollari al barile. Lo scenario in questo caso si basa principalmente sulle capacità di resistenza dell’Iran agli attacchi israeliani.
Infine, con il 15%, il primo scenario farebbe superare al Brent la quotazione di 90 dollari al barile. Anche in questo caso è necessario che l’Iran dimostri una capacità al momento non pronosticabile di difendersi e attaccare, creando danni, a Israele. Lo scenario di blocco dello Stretto di Hormuz non potrebbe essere in quest’ultimo caso, escluso.









