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Petrolio WTI: argine a 70 dollari, come potrebbe muoversi ora

Un campo petrolifero in Wyoming

Le quotazioni del petrolio WTI, che lo scorso giugno si trovavano in area 120 dollari al barile, sono scese sotto quota 80. Una performance negativa del 33% giustificata dalle previsioni di recessione. Oggi che queste previsioni sembrano essere venute meno o quantomeno sono state “addolcite” dagli analisti di mercato, l’oro nero potrebbe invertire la tendenza? Se si considerano le previsioni che gli analisti delle grandi banche americane hanno fatto alla fine dello scorso anno, nelle quali la recessione aveva un suo peso importante, probabilmente sì. Se però si dà credito alla volontà ferrea delle Banche centrali di rialzare ancora i tassi di interesse, probabilmente no. In questo caso, infatti, la recessione potrebbe essere solo stata rimandata dalla resilienza mostrata dalle economie globali in questa prima parte dell’anno.

 

Petrolio WTI, le previsioni delle grandi banche

Quali erano le previsioni elaborate a fine 2022 dagli uffici studi delle grandi banche statunitensi? Tra i più prudenti troviamo gli analisti di Citi che, con specifico riferimento al petrolio WTI, prevedevano un prezzo medio di 75 dollari al barile sulla base di una crescita prevista della domanda inferiore del 50% rispetto all’offerta. Più elevate le stime degli esperti di Goldman Sachs che vedevano il barile poco sopra quota 90 dollari nel corso del 2023, previsioni riviste al ribasso rispetto ai mesi precedenti. Sostanzialmente in linea con quelle di Goldman Sachs le previsioni di Bank of America i cui analisti confidavano nella crescita della domanda dalla Cina, alle prese con la ripartenza post-Covid.
Osservando l’andamento del petrolio WTI nelle ultime settimane, ad aver ragione sembrano essere gli analisti di Citi, i più pessimisti. Infatti, da dicembre il greggio sembra aver trovato una base su cui fermare la discesa, l’area dei 70-72 dollari, avviando un movimento oscillante che arriva fino a quota 82-83 dollari.

 

Banche centrali vs economia

La sfida principale che deciderà le sorti del petrolio WTI nel 2023 sarà quella tra le Banche centrali e l’economia. Attori non secondari della scena sono l’Opec, la Cina e l’instabilità geopolitica. Se su quest’ultimo fronte fare previsioni è complesso, le notizie provenienti dalla Cina sono favorevoli a un recupero delle quotazioni. Pechino ha annunciato trionfante di aver ottenuto una rilevante vittoria contro il Covid, registrando una sostanziale riduzione delle vittime. Dunque non si tornerà indietro sulla riapertura e le previsioni positive sull’economia del gigante asiatico sono confermate. In particolare, il Fondo monetario internazionale (FMI) ha rivisto al rialzo le stime di crescita del PIL cinese per il 2023 al +5,2% dal 4,4% precedente.

Anche l’Opec svolgerà un ruolo di sostegno al greggio. Senza voler strafare, l’Organizzazione dei paesi esportatori opererà al fine di limitare i rischi di discesa delle quotazioni dai livelli attuali, ritenuti sufficientemente bassi. Infatti, secondo le analisi del Fondo monetario internazionale rilasciate nella scorsa primavera, la soglia di equilibrio del prezzo del petrolio per il regno saudita è di poco inferiore agli 80 dollari al barile. Al tempo stesso il vertice dell’Organizzazione, impersonificato dal principe dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman al Saud, sa bene che per mantenere i rapporti con Washington le quotazioni del greggio dovrebbero rimanere lontane dai picchi segnati lo scorso agosto a 120 dollari al barile. La reazione degli Stati Uniti all’ultimo taglio della produzione di petrolio (-2 milioni) deciso lo scorso ottobre e recentemente confermato, non è stata positiva. In diverse occasioni Washington ha annunciato il rilascio sul mercato di scorte strategiche di greggio che hanno contribuito a raffreddarne i prezzi.

Per quanto riguarda infine la postura delle Banche centrali, le ultime dichiarazioni dei loro membri non depongono a favore di un allentamento della politica monetaria nel corso del 2023. Anzi, se i dati economici dovessero rimanere sostenuti come accaduto in occasione del rilascio delle vendite al dettaglio, dei prezzi alla produzione, dell’andamento del mercato lavoro, la stretta potrebbe prolungarsi. L’impatto sull’economia si farebbe più forte. Un fattore, quest’ultimo, che depone a favore di un indebolimento del petrolio WTI.

 

L’analisi tecnica e le strategie operative sul petrolio WTI

Il trend ribassista sul petrolio WTI inaugurato lo scorso 14 giugno da massimi relativi a 123,67 dollari al barile sembra essersi arrestato in corrispondenza di area 70-72 dollari. Una soglia importante che negli anni passati ha rappresentato, alternativamente, una resistenza e un supporto alle quotazioni. A partire da inizio dicembre 2022 il petrolio WTI ha oscillato tra questa base e quota 82-83 dollari al barile. Un ritorno sopra gli 83 dollari al barile favorirebbe estensioni verso 90-91 dollari, Una rottura al ribasso della base a 70 dollari proporrebbe come primo obiettivo i 65 dollari, forse poco per i desideri dell’Opec.

 

Il grafico con l'andamento del petrolio WTI
Il petrolio WTI ha trovato una base? – Fonte: IG

 

WTI: le strategie operative con i Certificati Turbo24 di IG

Per quanto riguarda l’operatività, si potrebbero valutare strategie long su rottura al rialzo di 83 dollari con target a 90 dollari e stop loss a 76 dollari. Per questo tipo di operatività può essere utilizzato un Certificato Turbo24 di IG con facoltà long sul petrolio WTI che abbia il livello di Knock-Out (KO) inferiore alla zona scelta per lo stop loss indicato.
Nel dettaglio, il Certificato Turbo24 Long con ISIN DE000A22RLG7 propone un livello di KO a 49,5095 dollari e leva 3. Per trovare la corretta size di ingresso a mercato, ricordiamo di controllare il moltiplicatore, sotto la voce info. L’ammontare massimo che si potrà perdere non supererà in ogni caso l’investimento iniziale: perché ciò accada le quotazioni del petrolio WTI dovranno raggiungere il livello di KO del Certificato.

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