Stagflazione: una lezione dal passato per Jerome Powell

Stagflazione: una lezione dal passato per Jerome Powell

Stagflazione: una lezione dal passato per Jerome Powell

La stagflazione è un mostro che si sta aggirando intorno all’economia statunitense, riportando alla memoria quanto successe negli anni ’70. Allora il mondo fu colpito da due violenti shock petroliferi, uno nel 1973 e l’altro nel 1979, che ebbero l’effetto di far impennare i prezzi al consumo e allo stesso tempo di mandare l’economia in recessione. In America il tasso di disoccupazione raggiunse l’8,2% nel 1975 e il 10,8% nel 1982. Forse questa è l’unica cosa che distingue l’attuale periodo da quello di circa 50 anni fa. Oggi negli Stati Uniti la disoccupazione è quasi inesistente, attestandosi al 3,6%, ma tutti gli altri parametri stanno facendo pensare a una stagflazione in atto. 

L’inflazione infatti ha raggiunto il 9,1% e la contrazione dell’economia potrebbe essere certificata da un risultato negativo della crescita nella giornata di oggi 28 luglio, quando verranno rilasciati i dati sul PIL americano. Perché si possa parlare di recessione è necessario che per due trimestri consecutivi si abbia crescita negativa. Nel primo trimestre si è avuto un -1,6%; se la cosa dovesse ripetersi nel secondo trimestre allora l’economia USA è ufficialmente in recessione. Al di là dei tecnicismi, possiamo dire che un contesto in cui convivono alta inflazione e bassa crescita è più che mai attuale e con questo le Autorità monetarie e fiscali devono fare i conti.

 

Stagflazione: una lezione che arriva dal passato

La stagflazione degli anni ’70 maturò con gli shock petroliferi, ma fu figlia delle politiche espansionistiche determinate dai tagli fiscali del 1964 e dalle spese per sostenere la guerra in Vietnam. L’inflazione suonò il primo campanello d’allarme nel 1966 allorché toccò il livello del 3%. Allora a capo della Federal Reserve vi era William McChesney Martin Jr., che era molto riluttante ad aumentare i tassi d’interesse o a stringere nell’offerta di denaro. Le ragioni erano due: in primis il Presidente alla Casa Bianca Richard Nixon desiderava che il costo del denaro fosse mantenuto basso per rilanciare l’economia; in secondo luogo i funzionari della Fed credevano nella curva di Phillips, che vuole che inflazione e disoccupazione viaggino in direzione opposta. Quindi alta inflazione avrebbe significato bassa disoccupazione. 

Tale teoria fu clamorosamente smentita quando sopraggiunsero gli shock petroliferi, con il prezzo del greggio che si trovò ad aumentare in pochi mesi del 300% e la disoccupazione che arrivò a livelli altissimi. L’economia era andata in pratica fuori controllo e occorreva una rivoluzione nella gestione della politica monetaria. Ciò avvenne quando Paul Volcker fu nominato Governatore della Fed nel 1979. Volcker da subito chiarì che l’inflazione era l’obiettivo prioritario della Banca Centrale. “Non abbiamo altra scelta che affrontare la situazione inflazionistica, perché nel tempo l’inflazione e il tasso di disoccupazione vanno di pari passo”, disse. 

Il Governatore restrinse l’offerta di moneta e portò il tasso dei fondi federali fino a oltre il 19%. Questo determinò una doppia recessione anche molto dolorosa, ma nel frattempo inflazione e disoccupazione diminuirono entrambe. Questa potrebbe essere una lezione per Jerome Powell? L’attuale numero uno della Fed ha aumentato ieri i tassi d’interesse dello 0,75%, come era nelle attese, continuando la sua crociata contro l’inflazione. La speranza è di riportarla verso gli obiettivi prefissati dalla Fed entro un anno e nello stesso tempo di garantire un atterraggio un po’ più morbido di quello attuato da Volcker oltre 40 anni fa.

 

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