La Federal Reserve (Fed) potrebbe tenere i tassi d’interesse alti più a lungo di quanto si pensi. A preoccupare è l’inflazione degli affitti che, secondo una ricerca della Fed di Cleveland, potrebbe richiedere un’attesa fino alla metà del 2026 prima di scendere verso gli obiettivi della Banca centrale. La componente degli alloggi rappresenta oltre la metà dell’indice dei prezzi al consumo, il che è una sfida per i responsabili politici della Fed. Questi hanno dichiarato a più riprese che, senza un raffreddamento deciso dell’inflazione, i tassi di interesse saranno abbassati a un ritmo blando. La scorsa settimana, il presidente dell’istituto monetario, Jerome Powell, ha sostanzialmente confermato tale linea, dichiarando che l’inflazione immobiliare “deve ancora normalizzarsi”.
C’è da dire che l’indicatore principale seguito dalla Fed è l’indice dei prezzi delle spese personali, mentre l’autorità monetaria dà un peso minore all’alloggio. Tuttavia, l’inflazione degli affitti non va sottovalutata. Tra l’altro, i ricercatori della Fed di Cleveland hanno messo in evidenza anche un problema relativo ai ritardi con cui l’indice degli affitti rileva le tendenze in corso.
Fed: come si comporterà ora?
Nell’ultima riunione di novembre, i componenti del FOMC hanno votato all’unanimità per una riduzione dei tassi di interesse di un quarto di punto percentuale. A differenza di quanto accaduto a settembre, quando il membro Michelle Bowman si era espresso contro il maxi-taglio da 50 punti base. L’ultimo meeting di dicembre presenta molte incertezze, perché l’inflazione nelle sue componenti non sta dando al momento grandi garanzie di discesa.
“L’ottica dell’aumento dell’inflazione alla fine potrebbe rendere più difficile il taglio dei tassi”, ha detto Omair Sharif, presidente di Inflation Insights LLC, società di ricerca e analisi sull’inflazione negli Stati Uniti. “Abbiamo già avuto un dissenso (con riferimento a Bowman, ndr) e penso che sostenere continui tagli di fronte all’aumento dell’inflazione CPI potrebbe attirarne di più”.
Gli economisti si aspettano che l’inflazione core – ossia depurata dalle componenti variabili di cibo ed energia – di ottobre, in pubblicazione alla fine di questo mese, si attesterà al 2,8%, in crescita rispetto al 2,7% di settembre. Secondo Michael Feroli, capo economista degli Stati Uniti presso JPMorgan Chase & Co., “se l’inflazione dovesse aumentare oltre il 3%, allora penso che ciò complicherebbe seriamente le cose”.
Cosa significa per i mercati
Bisogna quindi aspettarsi una Fed più rigorosa sul costo del denaro negli Stati Uniti? Stando alle indicazioni dei suoi rappresentanti e ai dati sull’inflazione, è difficile immaginare una Banca centrale accomodante per come si pensava fino a qualche mese fa. Anche perché l’economia americana non dà palesi segnali di cedimento. I mercati stanno scontando questo scenario e a Wall Street le vendite si sono intensificate nelle ultime sedute dopo la sbornia delle elezioni presidenziali del 5 novembre. Una Fed meno colomba potrebbe anche dare maggiore impulso al dollaro USA, che rispetto all’euro si è spinto fino al massimo di ottobre 2023 e, secondo alcuni, nei prossimi mesi potrebbe raggiungere la parità.









