Uranio: dieci anni in deficit di offerta faranno salire le quotazioni

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Nel gennaio 2023 l’Unione europea ha inserito l’energia nucleare nella tassonomia delle energie “verdi”. In molti hanno storto il naso. Il nucleare non è rinnovabile e la necessità di materie prime come l’uranio potrebbe rendere l’Ue dipendente da nazioni che non ne fanno parte. Chi non ha storto il naso è il mercato. Le quotazioni dell’uranio, la principale materia prima utilizzata per la produzione di energia nelle centrali nucleari, sono raddoppiate a partire da quel momento fino a toccare un massimo a 17 anni a 101 dollari per libbra.
È seguita una pausa che ha riportato il valore dell’uranio al Chicago mercantile exchange (CME) in area 83 dollari. Ma potrebbe trattarsi, appunto, di una pausa.

Le quotazioni dell'uranio hanno toccato un picco nel corso dell'anno ma poi sono scese in area 85 dollari per libbra
L’andamento dell’uranio nell’ultimo anno – Fonte: Bloomberg, CME. Dati in dollari per libbra

Lo squilibrio domanda-offerta dell’uranio

Attualmente, secondo le rilevazioni della società di analisi sull’uranio UcX, sono in servizio circa 440 reattori che generano 390 gigawatt di energia, pari al 9% della fornitura globale di elettricità, a fronte di un consumo di 180 milioni di libbre di uranio all’anno. La domanda di uranio viene soddisfatta da una produzione di 140 milioni di libbre l’anno a cui si aggiungono le forniture dal mercato secondario.

Dunque un divario tra domanda e offerta già esiste ed è destinato ad ampliarsi. L’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), ritiene che tra il 2022 e il 2050 il contributo dell’energia nucleare alla produzione elettrica globale subirà un raddoppio, con un’accelerazione a partire dal 2030 quando molti dei progetti di centrali atomiche ora in gestazione in varie nazioni dovrebbero essere attivate.

La Cina, per esempio, prevede di quadruplicare la sua base nucleare installata entro il 2040. Secondo la China atomic energy authority verranno avviati 150 nuovi reattori, portando la domanda nazionale di barre di uranio da 26 a 80 milioni l’anno. Negli Stati Uniti il Dipartimento di Stato di Washington ha messo in campo 2,7 miliardi di dollari per rafforzare le capacità di arricchimento dell’uranio. Il Giappone, dopo il disastro di Fukushima, ha deciso di riprendere la strada del nucleare, pur tra le polemiche per la sicurezza delle centrali tuttora esistenti nel Paese, caratterizzato da una sismicità molto elevata.

Per Marco Mencini, responsabile della ricerca di Plenisfer Investments SGR, le stime dell’AIE potrebbero essere in difetto: “Non vengono considerati i piccoli reattori modulari, o il potenziale raggiungimento dell’obiettivo di emissioni nette zero, che porterebbero, a nostro avviso, la domanda di energia nucleare a superare facilmente i 1.000 GW entro il 2050. Poiché per produrre un GW si consumano circa 460.000 libbre di uranio all’anno l’offerta, oggi pari a circa 180 milioni di libbre, deve più che raddoppiare nei prossimi 25 anni per soddisfare una domanda potenzialmente pari a 460 milioni di libbre”.

A fronte di questa domanda, la produzione dispone oggi di 140 milioni di libbre, alle quali si aggiungono quelle disponibili sul mercato secondario, dove giungono le risorse dismesse dai Paesi. Per Mencini queste forniture saranno sempre più marginali, considerando anche che verrà a mancare “l’uranio dismesso dal Giappone nell’ultimo decennio” visto che il Sol Levante vuole riavviare i suoi impianti. “Parallelamente – aggiunge il responsabile della ricerca di Plenisfer – il mercato secondario non potrà contare sulle scorte delle centrali attese in dismissione di cui si sta invece allungando la vita produttiva, o sulle scorte provenienti dai ventennali programmi di disarmo, giunti ormai al termine”.

 

Un deficit decennale

A partire dai dati raccolti, aggiungendo quelli relativi ai progetti di estrazione dell’uranio approvati (ma che devono ancora entrare in funzione con orizzonti temporali fino ai dieci anni) e considerando i nuovi impianti nucleari che verranno attivati entro il 2035, Marco Mencini ritiene che il deficit di offerta dell’uranio durerà per i prossimi dieci anni. “Sarà pari a 60 milioni di libbre l’anno entro il 2035” precisa. ”Questo a fronte di una nuova produzione che, per essere avviata dalle società estrattrici, richiede un prezzo marginale dell’uranio di almeno il 30% superiore al suo costo di produzione, attualmente pari a 90-100 dollari a libbra secondo i calcoli della società specializzata UcX” conclude Mencini.

Immagine di Alessandro Piu

Alessandro Piu

Direttore responsabile di Borsa&Finanza da gennaio 2025, è entrato a far parte della redazione nel giugno 2022. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004.

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