La Commissione europea è pronta ad aprire a un accordo tra Ue e Cina sul fronte delle auto elettriche. Dopo mesi di tensioni e l’assist fornito con il rinvio dell’adeguamento delle linee produttive all’elettrificazione, Bruxelles e Pechino sono in dirittura d’arrivo per risolvere il contenzioso sui dazi europei aggiuntivi imposti alle e-car cinesi, compresi tra il 7,8% e il 35,3%. L’esecutivo dell’Unione europea e la Camera di commercio cinese all’Ue avrebbero trovato la quadra spostando il confronto dalle tariffe ai prezzi.
Non c’è ancora nulla di confermato, anche se il Dragone dà l’intesa per fatta. Da Palazzo Berlaymont, invece, il portavoce per il Commercio della Commissione, Olof Gill, smorza gli entusiasmi. Al centro del dibattito c’è infatti un documento di orientamento sui prezzi, pubblicato da Bruxelles per “fornire orientamenti agli esportatori cinesi” e annunciato dai funzionari di Xi Jinping come risolutivo delle divergenze tra le parti. Ma cosa prevedono di preciso queste linee guida e perché l’Ue è molto più cauta della Cina?
In questo articolo:
- I dazi extra dell’Unione europea alle case automobilistiche cinesi
- I punti chiave dell’accordo Ue Cina sulle auto elettriche
- Perché Pechino è soddisfatta mentre la Commissione frena
I dazi extra dell’Unione europea alle case automobilistiche cinesi
Alla fine di ottobre 2024, in seguito ad un’indagine sulle sovvenzioni governative sleali (agevolazioni fiscali, prestiti a bassi tassi d’interesse dalle banche statali, materie prime e componenti finanziati dalle industrie nazionali) che ha configurato un’alterazione della concorrenza, l’Unione europea ha introdotto una serie di dazi anti-sussidi sulle auto elettriche cinesi vendute nel mercato unico. Le tariffe variano a seconda del marchio e si sono aggiunte a quelle base già in vigore, pari al 10% del valore commerciale delle diverse e-car made in China.
I dazi arrivavano fino al 35,3%, in base al supporto e alla collaborazione date alla Commissione europea durante l’indagine: la case più colpite sono Saic Motor (35,3%: i più non collaborativi), Geely (18,8%), Byd (17%) e Tesla (7,8%) per la sua produzione a Shanghai. La Cina ha smentito la tesi accusatoria europea, minacciando di ricorrere alla Wto (World Trade Organization, l’Organizzazione mondiale del commercio) per violazione dei principi del libero scambio e mancata conformità alle regole del commercio internazionale. Nel regolamento esecutivo della Commissione, le tariffe aggiuntive restano in vigore per cinque anni con la possibilità di un’eventuale estensione.
I punti chiave dell’accordo Ue Cina sulle auto elettriche
La via d’uscita dalla guerra commerciale è un compromesso che punta a preservare il futuro della mobilità elettrica in Europa. Nel documento di orientamento “sulla presentazione di offerte di impegno sui prezzi nel contesto dei dazi anti-sovvenzioni in vigore sui veicoli elettrici a batteria (Bev) provenienti dalla Cina”, la Commissione europea propone l’eliminazione delle tariffe aggiuntive in cambio dell’impegno da parte dei produttori cinesi all’introduzione di prezzi minimi (ovvero non superiori ad una determinata soglia) sul mercato europeo, a compensazione degli aiuti statali ricevuti.
Il dossier fornisce alle case cinesi “orientamenti generali sulla presentazione delle offerte di impegno sui prezzi” e si fonda su quattro punti chiave: il prezzo minimo all’importazione, i canali di vendita, la compensazione incrociata e i futuri investimenti nell’Ue. Non è ancora chiaro come verrà determinato questo prezzo minimo. Nel rispetto del principio di non discriminazione e delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, gli esportatori di veicoli elettrici a batteria made in China potranno continuare a vendere in Europa senza dazi, ma con regole più chiare e condivise. Una soluzione compatibile con la Wto.
Perché Pechino è soddisfatta mentre la Commissione frena
Fino ad oggi, le case cinesi hanno preferito produrre in Europa (Byd sta costruendo il suo primo stabilimento a Szeged, in Ungheria) per aggirare le tariffe. Con l’automotive rimasto fuori dal piano quinquennale 2026-2030, il punto di contatto tra Ue e Cina è diventato a tutti gli effetti un’ipotesi di soft landing: l’Unione europea fisserebbe un prezzo minimo di importazione per ogni costruttore cinese, che, nel caso risulti idoneo agli standard interni, potrà utilizzare gli impegni di prezzo come alternativa ai dazi.
Pechino ha subito espresso parere positivo sull’accordo. Una nota del Ministero del commercio cinese sottolinea che “la Cina e l’Ue hanno condotto diversi cicli di consultazioni in uno spirito di reciproco rispetto” e che “entrambe le parti ritengono necessario fornire orientamenti generali sugli impegni di prezzo per i produttori cinesi che esportano veicoli elettrici a batteria per passeggeri nell’Unione europea, consentendo loro di affrontare le questioni rilevanti in modo più pratico, mirato e coerente con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio”.
Il Dragone aggiunge che “i progressi compiuti riflettono pienamente lo spirito di dialogo” e che i risultati di colloqui bilaterali “dimostrano che sia la Cina che l’Ue hanno la capacità e la volontà di risolvere adeguatamente le divergenze attraverso il dialogo e la consultazione nel quadro delle norme della Wto e di mantenere la stabilità dell’industria automobilistica e delle catene di approvvigionamento in Cina, nell’Ue e nel mondo intero”.
Da Bruxelles, viceversa, sono arrivati segnali di chiusura verso Pechino. La Commissione ha ricevuto “un’offerta, da un’azienda, per un modello specifico” ed è pronta a valutare altre proposte, ma il portavoce Olof Gill ha ribadito che “affrontare il vantaggio competitivo ingiusto” è l’obiettivo principale dell’esecutivo e che “il mercato europeo è aperto ai veicoli elettrici da tutte le altre parti del mondo, se ci sono parità di condizioni”. Il documento di orientamento è “solo un orientamento tecnico, nulla di più”. Un accordo che quindi accordo non è: si attendono sviluppi.









