Dollaro sui minimi a quattro anni: per Trump “è fantastico”, per la Bce no

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Il dollaro è scivolato ai minimi dall’inizio del 2022, travolto da una nuova ondata di vendite che ha riportato l’euro oltre quota 1,20 per la prima volta dal 2021 e spinto yen e sterlina sui massimi pluriennali. Dopo il crollo della seduta precedente, le contrattazioni hanno mostrato solo un parziale assestamento, in un quadro che resta fragile alla vigilia della decisione di politica monetaria della Federal Reserve.

A pesare non sono stati soltanto i movimenti sui tassi e sui rendimenti, ma anche le dichiarazioni politiche arrivate da Washington, che hanno contribuito ad alimentare la pressione sul biglietto verde e ad aumentare la volatilità sui cambi.

 

In questo articolo:

 

  • Dollaro sotto pressione dopo le dichiarazioni di Trump
  • Rendimenti e Fed non bastano a sostenere il biglietto verde
  • Il ruolo del Giappone nelle dinamiche del dollaro
  • L’euro nel radar della Bce

 

Dollaro sotto pressione dopo le dichiarazioni di Trump

Il catalizzatore della nuova accelerazione ribassista è arrivato dalle parole del presidente Donald Trump. Interrogato sul deprezzamento del dollaro contro l’euro, lo ha liquidato come un elemento “fantastico” e ha insistito sul fatto che la valuta “sta andando alla grande”, richiamando gli “affari” che gli Stati Uniti stanno facendo. Il punto, per il mercato, non è tanto la novità del messaggio, dato che Trump ha spesso accusato altri paesi di usare cambi più deboli per sostenere le esportazioni, quanto il tempismo: dichiarazioni che arrivano mentre il dollaro è già sotto pressione.

La reazione degli operatori è stata immediata: le parole sono state lette come un segnale di tolleranza verso ulteriori vendite, coerente con una linea politica che privilegia competitività esterna e industria domestica. A rafforzare questa lettura hanno contribuito anche le osservazioni del Segretario al Tesoro Scott Bessent sulla distinzione tra “prezzo” del dollaro e “valore” legato al suo ruolo di valuta di riserva: un lessico che, in un mercato già nervoso, aumenta la sensibilità a qualsiasi indicazione di policy, anche indiretta. Il risultato è stato un allargamento del movimento: il Bloomberg Dollar Spot Index ha esteso le perdite fino all’1,2% e il dollaro si è indebolito contro tutte le principali controparti prima di una lieve stabilizzazione in Asia.

 

Rendimenti e Fed non bastano a sostenere il biglietto verde

La seduta mette in evidenza un elemento chiave per chi legge il mercato valutario con la lente macro: la debolezza del dollaro si è manifestata nonostante rendimenti dei titoli di Stato in aumento e aspettative di una Fed orientata alla pausa sui tassi. In condizioni “tradizionali”, differenziale dei rendimenti e prospettiva di una banca centrale meno accomodante tendono a sostenere una valuta; qui, invece, il canale tassi non è bastato a invertire il flusso. Il mercato, di fatto, ha trattato il dollaro come variabile esposta a fattori che vanno oltre la curva: politica economica e commerciale, percezione di stabilità del quadro istituzionale e tono dello scontro sull’indipendenza della banca centrale. Restano al centro dell’attenzione dei mercati i timori legati all’indipendenza della Federal Reserve e a un contesto politico che incombe sulla riunione, tra tensioni interne all’istituzione e pressioni sull’assetto di governance.

In parallelo, il dollaro ha mostrato segnali di indebolimento anche come asset rifugio privilegiato: la combinazione tra il forte rialzo dell’oro e un quadro politico e commerciale percepito come meno prevedibile ha spinto banche centrali e investitori ad accelerare la diversificazione delle riserve. “Il dollaro è ancora, tra tutti gli strumenti, la principale riserva mondiale e anche se l’oro dovesse spodestarlo, continuerebbe a fare da riferimento”, sostiene Enguerrand Artaz, strategist di La Financière de l’Echiquier. Ciò che emerge, piuttosto, è una progressiva erosione della sua esclusività, in un sistema che appare sempre più frammentato e sensibile alle dinamiche geopolitiche.

 

Il ruolo del Giappone nelle dinamiche del dollaro

Una quota del movimento ribassista del dollaro passa anche dal lato Giappone. Dalla scorsa settimana lo yen ha messo a segno un brusco rimbalzo, mentre gli operatori hanno iniziato a posizionarsi in vista di un possibile intervento delle autorità per sostenere la valuta. Le indiscrezioni su controlli sui tassi di cambio tra Stati Uniti e Giappone hanno dato ulteriore spinta allo yen: martedì 27 gennaio la valuta ha guadagnato oltre l’1% arrivando a 152,10 per dollaro (massimo di tre mesi), prima di indebolirsi a 152,79 (-0,4%) nella seduta successiva. Da Tokyo sono arrivate parole di cauta fermezza: il ministro delle Finanze Satsuki Katayama ha indicato che il governo adotterà misure appropriate se necessario, evitando però commenti diretti sul movimento. Sullo sfondo resta l’attenzione sul quadro politico giapponese, con le elezioni previste per l’8 febbraio e una campagna elettorale orientata verso misure di stimolo più ampie. Un contesto che contribuisce a mantenere lo scetticismo degli investitori sull’efficacia di un eventuale intervento sui cambi nel modificare in modo duraturo la traiettoria della valuta.

 

L’euro nel radar della Bce

Il rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro inizia a entrare in modo più esplicito nel perimetro di attenzione della Banca centrale europea, in una fase in cui la debolezza del biglietto verde sta producendo effetti anche al di fuori degli Stati Uniti. Secondo Martin Kocher, membro del Consiglio direttivo della Bce, l’apprezzamento della moneta unica resta al momento contenuto e non giustifica una risposta immediata di politica monetaria. Tuttavia, un proseguimento del movimento potrebbe incidere sulle prospettive d’inflazione dell’area euro, attraverso una riduzione dei prezzi delle importazioni e un conseguente allentamento delle pressioni sui prezzi. Un euro più forte rischierebbe inoltre di comprimere la competitività dell’Eurozona, in particolare nel confronto con le imprese statunitensi, in un contesto globale già segnato da forti asimmetrie valutarie.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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