Il dollaro USA non mostra più i muscoli da un po’ di tempo nel mercato valutario. Le quotazioni del Dollar Index viaggiano sotto 104, ben distanti dal picco a 110 di inizio anno. Gli investitori temono che i dazi imposti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, finiranno per portare il Paese alla recessione, a causa della guerra commerciale che ne deriva. Si tratta di una visione opposta a quella di qualche mese fa, quando il biglietto verde era comprato perché si pensava che le tariffe potessero risvegliare l’inflazione americana e obbligare la Federal Reserve a tenere alti i tassi di interesse. Ora invece l’aspettativa è che la Banca centrale americana acceleri il taglio del costo del denaro per evitare la contrazione dell’economia o risollevarla in caso di flessione. Tassi più bassi allontanano ovviamente i trader dalla valuta a stelle e strisce perché essa rende di meno. Una crisi economica americana, tra l’altro, comporterebbe una perdita di fiducia verso la moneta nazionale.
Se prima quindi si parlava di imminente raggiungimento della parità tra dollaro ed euro, adesso è cresciuto il numero degli esperti finanziari che vedono il cambio EUR/USD giungere almeno fino a 1,20 entro la fine dell’anno in corso. Questo mese, ad esempio, gli strategist valutari di JPMorgan Chase sono diventati short sul dollaro USA rispetto alla moneta unica per la prima volta in oltre un anno, citando “l’erosione dell’eccezionalismo statunitense e una ripresa in Europa”.
Dollaro USA: cosa significa la sua debolezza per le aziende americane
Il calo del dollaro USA tuttavia non è per forza un male per gli Stati Uniti. Anzi, Trump vorrebbe una divisa più debole, sollecitando il governatore della Fed Jerome Powell a tenere bassi i tassi di interesse. Il presidente degli Stati Uniti ritiene che il commercio internazionale delle aziende statunitensi beneficerebbe di una valuta meno forte, perché i prodotti nazionali diventerebbero più competitivi. Tuttavia, non è solo questo il vantaggio per le multinazionali a stelle e strisce. Ci sono almeno altri due aspetti da evidenziare.
Il primo è l’effetto cambio favorevole sui profitti realizzati all’estero e rimpatriati in USA. Si tratta di un punto molto importante, perché una buona parte delle società facenti parte dell’indice S&P 500 ottiene una consistenza notevole di ricavi fuori dal territorio americano. “Circa il 30% delle entrate per le società S&P500 arriva da fuori Stati Uniti”, ha notato Howard Du, strategist valutario di Bank of America. Quindi, “un dollaro più basso potrebbe contribuire ad aumentare i profitti aziendali”, ha aggiunto. A inizio di quest’anno, McDonald’s ha previsto che il dollaro potrebbe avere un impatto di 20-30 centesimi per azione sull’utile 2025. L’altro aspetto positivo del dollaro più debole è relativo al fatto che le divisioni internazionali delle aziende statunitensi spendono di meno per le materie prime di cui hanno bisogno, dal momento che queste sono prezzate in dollari.
C’è però chi sostiene che un dollaro più fiacco rappresenti sì un fatto positivo per le imprese americane, ma non decisivo nel contesto politico attuale. Esiste “molta incertezza immediata nell’economia e il movimento valutario è decisamente secondario rispetto alla prima”, ha affermato Scott Devitt, amministratore delegato della ricerca azionaria presso Wedbush Securities.









