Fed: domani l’ultima di Powell, poi via all’era Warsh

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La riunione del 29 aprile della Fed arriva in un momento delicato per i mercati globali, sballottati dalle notizie provenienti dal Medio Oriente. Oltre che per le decisioni di politica monetaria, il meeting della Banca centrale statunitense sarà importante in quanto ultimo guidato da Jerome Powell. Il mandato dell’attuale presidente Fed scadrà il prossimo 15 maggio e il suo successore, Kevin Warsh, riceverà il via libera dal Senato proprio mercoledì 29 aprile.  

 

Tassi, inflazione e crescita: il quadro macro alla vigilia della Fed

Alla vigilia della riunione del 29 aprile, la Federal Reserve si trova a gestire un equilibrio complesso tra crescita economica, inflazione e rischi geopolitici. Dopo il ciclo restrittivo avviato nel 2022, i tassi di interesse si collocano ancora su livelli elevati (3,5%-3,75%), riflettendo la necessità di mantenere sotto controllo una dinamica inflazionistica che, pur in rallentamento rispetto ai picchi, è rimasta costantemente superiore al target del 2%. Su questo scenario si è innestata la guerra in Medio Oriente con il blocco dello Stretto di Hormuz e il conseguente aumento dei prezzi di energia e altri prodotti (come i fertilizzanti chimici). L’ultima rilevazione dei prezzi al consumo negli Usa ha segnato 3,3% (marzo) su base annua, in aumento dal 2,4% del mese precedente. Sono cresciute anche le aspettative di inflazione a cinque anni elaborate dall’Università del Michigan, un indicatore molto seguito dalla Fed, al 3,4% in aprile da 3,2% in marzo.

“Nonostante un modesto miglioramento nel mercato del lavoro, l’inflazione continua a rimanere elevata. È probabile che gli effetti derivanti dal conflitto esercitino un’ulteriore pressione al rialzo sui prezzi” sottolinea Rushabh Amin, portfolio manager Multi-Asset Solutions team di Allspring Global Investments.

La crescita economica si mostra ancora resiliente, ma emergono segnali di moderazione soprattutto sul fronte della fiducia di consumatori, diminuita a 49,8 in aprile da 53,3 del mese precedente. Una riduzione che potrebbe riflettersi nei prossimi mesi sui consumi.

 

Le aspettative degli analisti: pausa o primo taglio?

Il consenso degli analisti converge su uno scenario di prudenza per la riunione del 29 aprile. La maggior parte degli operatori si attende una conferma dei tassi ai livelli attuali (3,5%-3,75%), con la Federal Reserve orientata a raccogliere ulteriori evidenze prima di avviare un ciclo di allentamento monetario.

“La politica monetaria si trova in una posizione favorevole per attendere e osservare l’evoluzione delle prospettive di crescita e inflazione”, affermano Erik Weisman, capoeconomista e Kish Patak, Fixed income research analyst di Mfs IM. “Probabilmente – proseguono – Powell ribadirà che le prospettive dipendono dall’andamento del conflitto”,

Le aspettative di mercato indicano che eventuali tagli potrebbero essere rinviati alla seconda metà dell’anno, e quindi affidati alle cure di Kevin Warsh, a condizione che l’inflazione mostri segnali convincenti di rientro e il rialzo di marzo venga riassorbito, cosa tanto più difficile quanto più si prolunga lo stallo nello Stretto di Hormuz. Alcuni analisti non escludono uno scenario più cauto, in cui la Fed mantenga un atteggiamento restrittivo più a lungo, soprattutto in presenza di nuovi shock esogeni.

Christian Scherrmann, capoeconomista Us di Dws, ritiene che al momento le aspettative di inflazione rimangono ancorate: “Fortunatamente l’inflazione core non mostra al momento segnali di impatto derivante dai prezzi dell’energia e le aspettative di inflazione di lungo periodo sembrano rimanere ben ancorate. Per ora, lo scenario ‘da manuale’ sembra confermato, consentendo alla Federal Reserve di guardare oltre le turbolenze e mantenere i tassi invariati nella riunione di aprile”. Scherrmann non esclude tuttavia la possibilità che emerga un orientamento restrittivo “volto a preservare l’ancoraggio delle aspettative di inflazione”.

 

Powell-Warsh: il cambio alla Fed tra continuità e incertezza

La riunione Fed di mercoledì assume un significato particolare perché rappresenta l’ultima sotto la guida di Jerome Powell. Il passaggio di consegne a Kevin Warsh introduce elementi di discontinuità che i mercati osserveranno con attenzione.

Warsh, scelto da Donald Trump, è considerato un profilo con posizioni potenzialmente più orientate a una politica monetaria meno restrittiva. Tuttavia, il suo approccio non è ancora pienamente definito, alimentando interrogativi sulla futura direzione della Fed. Peraltro, in alcune sue dichiarazioni, Warsh è apparso più prudente di quanto ci si aspettasse sull’allentamento della politica monetaria.

“Indipendentemente da chi guiderà la Fed – riprende Scherrmann – nel breve termine la priorità resterà probabilmente monitorare due fattori chiave: l’assenza di effetti di secondo impatto dei prezzi energetici sull’inflazione core e l’eventuale attenuazione delle pressioni sui prezzi legate ai dazi, condizioni necessarie per eventuali tagli dei tassi nella seconda parte dell’anno”.

Il via libera del Senato alla sua nomina è previsto nello stesso giorno dell’ultima riunione di Powell, un incrocio che accentua il contrasto simbolico tra le due leadership: da un lato la fine di un ciclo segnato da una gestione rigorosa dell’inflazione, soprattutto dopo i picchi generati dal post-Covid, dall’altro l’inizio di una nuova fase potenzialmente più influenzata da considerazioni politiche. L’indipendenza della Federal Reserve è stata al centro dell’audizione di Kevin Warsh al Senato Usa. Il presidente in pectore ha ricevuto diversi attacchi sul tema, in particolare dalla senatrice Elizabeth Warren.

 

L’eredità di Powell: rialzi, tagli e tensioni politiche

Durante il suo mandato, Jerome Powell ha affrontato alcune delle fasi più complesse per la politica monetaria americana. Dopo aver inizialmente proseguito il percorso di normalizzazione avviato prima della pandemia, la Fed ha adottato nel 2020 una politica fortemente espansiva in risposta alla crisi generata dal Covid-19, portando i tassi vicino allo zero e implementando massicci programmi di acquisto di asset.

A partire dal 2022, Powell ha invertito la rotta. Non solo la Fed ma in generale tutte le principali banche centrali hanno ritenuto il rialzo dei prezzi seguito alle restrizioni del Covid come un fattore temporaneo. Successivamente sono state costrette a correggere la rotta e a “inseguire” l’inflazione. Jerome Powell ha così avviato uno dei cicli di rialzo dei tassi di interesse più aggressivi degli ultimi decenni, con una serie di interventi consecutivi volti a contrastare l’impennata dell’inflazione. In totale, i tassi sono stati aumentati più volte in un arco temporale ristretto, segnando una svolta rispetto alla lunga fase di politica monetaria accomodante. Parallelamente, la Fed ha iniziato a ridurre il proprio bilancio attraverso il cosiddetto quantitative tightening, contribuendo a irrigidire ulteriormente le condizioni finanziarie.  L’inflazione Usa su base annua non si è mai veramente avvicinata al 2%, rimanendo in area 2,4%-2,5%.

Dopo aver toccato un massimo al 5,5%, i tassi sui Fed funds sono stati ridotti a partire dal settembre 2024 al 4,5%, quota dove sono rimasti per quasi tutto il 2025. Le riduzioni sono riprese a settembre 2025 per interrompersi di nuovo a dicembre. Nel 2026, le tensioni sui dazi e poi lo scoppio della guerra in Iran hanno costretto la Fed a mantenere un atteggiamento prudente che verrà confermato anche nell’ultima riunione di Jerome Powell.

 

 

Immagine di Alessandro Piu

Alessandro Piu

Direttore responsabile di Borsa&Finanza da gennaio 2025, è entrato a far parte della redazione nel giugno 2022. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004.

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