C’è un mese in cui un grafico non è più un trend, ma un capitolo che si chiude e un altro che si apre. Per l’economia italiana, quel mese è il febbraio appena trascorso e quel grafico è l’inflazione. Dopo un progressivo raffreddamento che aveva accompagnato buona parte del 2025 e che aveva fatto sperare in una normalizzazione dei prezzi, i dati ufficiali pubblicati dall’Istat cambiano la lettura: l’inflazione è ripartita, i prezzi tornano a correre e, cosa ancor più rilevante, lo fanno in un quadro in cui l’energia, dopo un inverno di tensioni, si profila di nuovo come la variabile più insidiosa e pericolosa.
L’accelerazione registrata nel secondo mese dell’anno non è un fenomeno estetico, vale a dire un semplice cambio di decimale. È un’inversione di tendenza che si riflette nelle tasche delle famiglie, nelle dinamiche di spesa delle imprese e nella percezione stessa dell’economia. Ed è un fenomeno che merita di essere guardato con attenzione, perché non si limita a constatare un aumento di prezzi, ma indica una possibile riapertura del rischio inflattivo proprio quando l’attenzione di politica e mercati era in parte orientata altrove.
In questo articolo:
- Italia, ritorna lo spettro dell’inflazione
- I prodotti che costano di più
- Cosa cambia con la guerra in Iran e la risposta del governo
Italia, ritorna lo spettro inflazione
La prima domanda che ci si pone di fronte alla nuova dinamica dei prezzi è semplice: quanto è grande l’accelerazione? L’indice nazionale dei prezzi al consumo, al lordo dei tabacchi, ha registrato una variazione tendenziale dell’1,6%, in accelerazione rispetto alla crescita di un punto percentuale fatta registrare lo scorso gennaio, mentre su base mensile l’incremento è stato dello 0,8%. Sembra una salita modesta se confrontata con i picchi inflattivi degli anni passati. Ma il contesto è cambiato: dopo mesi di tassi, politiche monetarie e spinte deflattive, una nuova salita dei prezzi è un campanello d’allarme, e lo è soprattutto per le categorie di beni e servizi che maggiormente impattano sui bilanci delle famiglie.
La misura che sta più a cuore riguarda il cosiddetto carrello della spesa, che racchiude il prezzo reale dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona. Qui emerge un’altra componente significativa: l’indice dei prezzi di questo insieme di beni evidenzia un’accelerazione tendenziale dal +1,9% del mese precedente al +2,2% a febbraio 2026. Questo significa che per i prodotti che compriamo ogni settimana l’aumento dei prezzi procede più rapidamente dell’inflazione media. È un’informazione di grande impatto psicologico ed economico perché riflette direttamente la spesa quotidiana delle famiglie. Quando pane, pasta, latte, carne e prodotti per l’igiene costano di più, aumenta non solo il costo della vita, ma anche la percezione del caro vita.
I prodotti che costano di più
L’Istat chiarisce che l’accelerazione è trainata soprattutto da alcune componenti specifiche. I servizi relativi ai trasporti mostrano una forte crescita, passando da una variazione del +0,7% a un +3,0%, un fenomeno che riflette sia l’aumento dei costi dei carburanti sia la pressione su tariffe e costi legati alla mobilità. Anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona accelerano in modo significativo, da +3,0% a +4,9%, segnalando che i prezzi dei servizi di tempo libero, intrattenimento e cura individuale stanno crescendo più rapidamente del resto dei prezzi al consumo.
Gli alimentari non lavorati, vale a dire frutta, verdura e carni fresche, registrano un aumento dal +2,5% al +3,6%. Questi incrementi, insieme a quelli dei beni alimentari lavorati, come pane, pasta e prodotti confezionati, determinano un impatto diretto e immediato sulla spesa delle famiglie. Anche escludendo energetici e alimentari freschi, l’inflazione core registra un aumento dal +1,7% al +2,4%, segnalando che la pressione sui prezzi si sta diffondendo anche nei comparti tradizionalmente più stabili.
Gli aumenti nei prezzi degli alimentari non lavorati indicano una dinamica che parte dalla produzione agricola e si trasmette alla distribuzione. Questi aumenti riflettono costi crescenti per input produttivi come fertilizzanti, trasporti, energia e lavorazioni. Anche i prezzi dei beni alimentari lavorati mostrano variazioni significative, facendo sì che il carrello della spesa pesi maggiormente sull’inflazione percepita. La dinamica odierna, inoltre, coincide con un aumento dell’inflazione di fondo, l’indice che esclude energetici e alimentari freschi, salito dal +1,7% al +2,4%, segnalando una pressione diffusa sui prezzi.
Cosa cambia con la guerra in Iran e la risposta del governo
Se finora la crescita dei prezzi era concentrata su alimentari e servizi, la situazione cambia radicalmente quando si considera l’energia, il driver più volatile e pericoloso per l’inflazione futura. L’escalation della guerra in Medio Oriente ha innescato un’impennata delle quotazioni del gas naturale e del petrolio, anche in scia a quanto sta accadendo lungo lo stretto di Hormuz. Il gas naturale europeo al TTF ha segnato un aumento del 31%, mentre il petrolio, guardando al Brent ha sfondato quota 80 dollari al barile, evocando il rischio di uno shock simile a quello del 2022. Morningstar ha osservato come le Borse europee abbiano ampliato le perdite proprio a causa dell’impennata dei prezzi energetici, con gli investitori più timorosi di una spirale inflattiva che potrebbe forzare la mano delle banche centrali o comprimere i margini delle imprese più energivore. Inoltre, ha sottolineato come i titoli del settore energetico (un esempio lo abbiamo visto con Eni) beneficino dell’aumento dei prezzi delle materie prime, mentre imprese manifatturiere e di consumo appaiono più vulnerabili, creando riflessi finanziari anticipatori degli effetti sull’economia reale.
Di fronte a questo quadro, il governo italiano ha già tentato una contromossa. Come riportato da Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato i vertici di Eni e Snam per discutere della situazione energetica e delle possibili azioni di mitigazione. L’obiettivo dichiarato era duplice: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e valutare strumenti di contenimento dei rincari sui settori più vulnerabili e sulle famiglie. I punti interrogativi sono comunque ancora tanti, non ci resta altro che osservare e attendere.









