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Inflazione USA: attenzione al settore auto, come potrebbe rilanciarla

Una manifestazione di lavoratori in sciopero

Nelle ultime tre sedute Wall Street sembra aver dimenticato che l’inflazione USA, nel mese di luglio, è salita del 3,2% su base annua, lo 0,2% in più rispetto al mese precedente (+3%). Anche se il dato è inferiore alle attese degli analisti (+3,3%) non sarà sfuggito alla Federal Reserve, chiamata a decidere se e quando mettere fine alla restrizione della politica monetaria.

Nei calcoli di Jerome Powell e colleghi potrebbe ora rientrare anche un evento mai verificatosi, lo sciopero congiunto dei lavoratori nelle tre big del settore auto: Ford, General Motors e Stellantis. Il potente sindacato United Auto Workers ha ricevuto dagli iscritti l’autorizzazione a convocare una mobilitazione se le imprese non soddisferanno le rivendicazioni dei lavoratori. L’autorizzazione non implica che lo sciopero venga effettivamente convocato ma il confronto tra le parti è stato finora duro e non ha portato ad avvicinamenti. Le richieste salariali sono importanti e potrebbero ispirare i lavoratori di altri settori, innescando uno dei nemici giurati dei banchieri centrali, la spirale salari/prezzi.

 

Ecco cosa chiedono i lavoratori dell’auto

Il contratto dei lavoratori del settore auto scadrà il prossimo 14 settembre. Nel caso non ci siano passi avanti nel confronto con le imprese il numero uno del potente sindacato USA dell’auto potrebbe chiamarli allo sciopero. Ma cosa chiedono i lavoratori?

Un aumento salariale del 46% spalmato sui quattro anni dell’accordo ma con un adeguamento immediato del 20%, un programma di protezione delle famiglie che lavorano simile a una banca di lavoro, ferie retribuite, la conversione a tempo pieno dei lavoratori interinali e integrativi e non sarebbe sgradito nemmeno parlare di una settimana lavorativa di 32 ore.

Ipotizzando l’accettazione dei soli incrementi salariali da parte delle imprese il costo del lavoro passerebbe da 65 a 100 dollari l’ora secondo i calcoli di Joseph V. Amato, presidente e responsabile degli investimenti azionari di Neuberger Berman. “Per fare un confronto, a Tesla il costo per lavoratore è di circa 45 dollari l’ora, mentre per le case automobilistiche giapponesi è di 55 dollari l’ora” commenta Amato sottolineando i timori di competitività di Ford, General Motors e Stellantis.

 

Le quattro barre del grafico mostrano l'andamento dell'inflazione USA in quattro grandi settori nel corso dell'ultimo anno. A scendere sono stati solo i prezzi dell'energia
L’andamento dell’inflazione USA nei principali macrosettori dell’economia. A scendere sono stati soprattutto i prezzi dell’energia – Fonte: National Bureau of Statistics, confronto anno su anno

Inflazione USA: torna il rischio di una spirale salari/prezzi

Il confronto è seguito da vicino anche a Washington, sia dal presidente USA Joe Biden che da quello della Federal Reserve Jerome Powell. “Sebbene solo il 10% circa dei lavoratori statunitensi appartiene a un sindacato, l’esito delle trattative in corso a Detroit potrebbe avere ripercussioni sull’economia in generale, non solo causando interruzioni della produttività in caso di sciopero, ma favorendo strutture di costi e aspettative più elevate in caso di aumenti salariali eccessivi” sottolinea Amato.
Inoltre i margini di profitto aziendali si ridurranno a meno che le case automobilistiche non siano in grado di trasferire gli aumenti ai clienti. In questo caso i produttori di auto potrebbero salvare i margini ma sarebbe evidente la spirale salari/prezzi.

“La questione più importante, a nostro avviso – riprende il presidente di Neuberger Berman – è costituita dagli effetti degli aumenti salariali sull’inflazione. L’inflazione USA è in discesa rispetto al picco registrato nell’estate del 2022, ma qualsiasi inversione di questo trend potrebbe avere serie implicazioni sulle decisioni dei banchieri centrali in materia di tassi e per il potenziale atterraggio morbido dell’economia”.

Non sarà facile trovare un punto di incontro tra le posizioni del sindacato e quelle dei tre produttori di auto. Shawn Fain ha già rifiutato platealmente una proposta dei big three gettandola letteralmente nel cestino e accusando gli amministratori delegati di aver goduto di un incremento dei loro emolumenti del 40% negli ultimi quattro anni.
Inoltre, se una vittoria della UAW potrebbe ispirare i lavoratori di altri settori (anche se solo il 10% dei dipendenti USA è sindacalizzato), quanto accaduto in precedenza in altri comparti industriali potrebbe essere a sua volta un motivo in più per non cedere.

La scorsa settimana, ad esempio, i lavoratori di UPS hanno ratificato un nuovo contratto che prevede aumenti salariali cumulativi di circa il 22% nei prossimi anni, mentre i piloti di American Airlines hanno ricevuto un aumento della retribuzione immediato del 21% o di circa il 45% nei prossimi quattro anni, che fa seguito ad analoghi accordi siglati da altre compagnie aeree. Nel settore ferroviario, invece, lo scorso dicembre, il presidente Joe Biden ha costretto i lavoratori ad accettare un contratto senza giorni di malattia retribuiti, ma l’accordo prevedeva comunque aumenti salariali di circa il 24% per tutta la durata del contratto. Ecco perché Amato è convinto che “questo autunno il settore automobilistico rappresenterà un importante indicatore anticipatore del futuro andamento dell’inflazione”.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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