Intesa-Mps, i conti di ogni giocatore: da Delfin a Caltagirone, da Unicredit a Banco Bpm

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Carlo Messina non lascia spazio all’ambiguità. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo in un’intervista a Bloomberg Tv il giorno successivo al lancio dell’offerta ha ribadito con la stessa fermezza che l’opas da 30,6 miliardi su Monte dei Paschi di Siena ha “alte probabilità di successo” e che, qualora dovesse materializzarsi una contro-offerta, Intesa “rimarrebbe in gara anche in quel caso”. La logica del paletto è semplice e brutale insieme: chi vuole rilanciarsi sul Monte deve superare non solo il premio offerto, ma farlo mettendo cassa, come ha fatto Ca’ de Sass con i tre miliardi in contanti inseriti nella struttura mista dell’offerta, un euro per ogni azione Mps, più 1,6 azioni Intesa. “Chi vince è chi offre di più e chi paga di più”, aveva già sottolineato Messina durante la conferenza stampa, aggiungendo che chiunque voglia superare l’offerta partirà dal suo livello “plus, non il 5%”. Con questa premessa, il risiko è aperto. E i pezzi sulla scacchiera sono molti, ciascuno con i propri interessi, le proprie costrizioni e i propri orizzonti temporali. Proviamo a leggere le mosse di ognuno.

 

In questo articolo:

 

  • Intesa-Mps: le posizioni dei principali azionisti
  • Gli altri azionisti di Mps
  • La partita su Generali

 

Intesa-Mps: le posizioni di Delfin e Caltagirone

Il primo nodo riguarda Delfin e Caltagirone, i due più grandi azionisti di Mps. La holding della famiglia Del Vecchio detiene il 17,5% di Siena, Caltagirone il 13,5%: insieme controllano quasi un terzo del capitale della banca toscana, una quota che renderebbe pressoché automatico il raggiungimento della soglia necessaria al buon esito dell’opas nel momento in cui entrambi decidessero di aderire. Messina ha detto di avere “buoni rapporti con Delfin e Caltagirone” e di essere “certo che l’accoglieranno con favore”.

Stando alle ricostruzioni di Milano Finanza, la posizione dei due soci viene già definita come “privilegiata”: in casa Delfin, in particolare, l’offerta sarebbe valutata positivamente per l’effetto di valorizzazione sul portafoglio degli eredi del fondatore di Luxottica. In caso di adesione piena, la cassaforte si troverebbe in portafoglio circa il 3,8% di Intesa Sanpaolo. C’è però un elemento di complessità ulteriore che riguarda proprio Delfin: secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, Leonardo Maria Del Vecchio sarebbe finanziato da un maxi-prestito di 11 miliardi erogato da un pool di banche in cui Unicredit ha un ruolo di primo piano. E Delfin detiene anche il 10% di Generali. Questi vincoli finanziari rendono la posizione della holding non del tutto libera da condizionamenti incrociati, il che significa che l’adesione all’opas, per quanto probabile, potrebbe essere più complessa di sembri.

La posizione di Francesco Gaetano Caltagirone è più articolata, e forse più delicata. Il costruttore romano detiene il 13,5% di Montepaschi ed è al tempo stesso il terzo azionista di Generali, con circa il 6,3% a titolo diretto, più l’influenza indiretta che esercitava attraverso la catena Mps-Mediobanca-Generali. Ed è proprio qui che risiede la tensione. Caltagirone ha costruito negli anni una strategia coerente attorno al controllo del Leone di Trieste: ha sostenuto l’opa di Mps su Mediobanca, ha appoggiato la nomina del nuovo amministratore delegato di Piazzetta Cuccia Alessandro Melzi d’Eril, e ha sempre considerato la quota del 13% di Generali in pancia a Mediobanca un perno strategico, non un semplice investimento finanziario.

Lo scontro durissimo con Lovaglio nei mesi scorsi nasceva esattamente da lì: Lovaglio voleva procedere a una fusione piena tra Mps e Mediobanca, il che avrebbe accorciato la catena di comando verso Trieste ma avrebbe anche ridotto la capacità di Caltagirone di incidere sulle scelte strategiche del gruppo assicurativo. Con l’opas di Intesa, quella quota passa definitivamente sotto Messina. Una prospettiva che Caltagirone sa già che non può bloccare, ma che probabilmente accetta in cambio di una presenza azionaria significativa nel capitale combinato di Intesa. Secondo Il Sole 24 Ore, in caso di adesione integrale si attesterebbe intorno al 2,9%. In conferenza infatti Messina ha dichiarato che Delfin e Caltagirone si posizionerebbero complessivamente attorno al 6-7%, intesi come sommatoria delle due partecipazioni in posizionamento relativo.

 

Gli altri azionisti di Mps

Sul fronte statale, che dopo la privatizzazione progressiva degli ultimi anni conserva ancora una quota rilevante di Monte dei Paschi, la posizione ufficiale è quella del “preso atto”. Il Mef ha dichiarato di essere stato informato delle iniziative, senza pronunciarsi né a favore né contro. Secondo le proiezioni fornite da Messina stesso in conferenza stampa, qualora il Tesoro decidesse di aderire all’opas, la sua quota nel capitale combinato si attesterebbe intorno al 2-2,5%: una diluizione significativa rispetto all’attuale peso, ma in cambio di un’uscita ordinata da un dossier che per anni ha gravato sulle casse pubbliche. La logica politica del governo Meloni, peraltro, punta a mettere Generali al riparo da scalate esterne costruendo un solido nocciolo italiano: e un’Intesa rafforzata da Montepaschi, con il peso aggiuntivo dei titoli di Stato senesi nei suoi bilanci, si posiziona inevitabilmente come il principale finanziatore del debito sovrano italiano. Un argomento, ha lasciato intendere Messina, che chi governa farebbe bene a non trascurare.

Il capitolo più delicato è quello degli azionisti di Montepaschi in senso stretto, cioè di chi siede nel consiglio di amministrazione e del management. Messina ha usato parole durissime sulla governance di Rocca Salimbeni, descrivendo un’amministrazione “spaccata in due” dopo la vicenda del licenziamento e del successivo reintegro di Luigi Lovaglio: “Prima licenziano l’amministratore delegato, poi arrivano le liste concorrenti, poi la vittoria di uno contro l’altro e infine il ritorno di Lovaglio“. Il risultato, nella sua lettura, è un istituto con un “valore di breve termine alto ma medium long term in discesa”.

Per questo i tre miliardi cash dell’offerta non sono solo un premio di mercato: sono la monetizzazione di un potenziale prospettico che Intesa giudica destinato a erodersi. Mps nel frattempo ha dichiarato di voler avviare analisi di entrambe le alternative strategiche sul tavolo, inclusa quella della fusione alla pari proposta da Banco Bpm, il che formalmente impedisce al consiglio di esprimersi unilateralmente contro l’offerta di Ca’ de Sass per effetto della passivity rule a cui è vincolato dall’8 giugno.

 

Intesa-Mps: la posizione di Banco Bpm e di Unicredit

Banco Bpm è forse il giocatore in posizione più scomoda. La proposta avanzata da Piazza Meda è quella di una fusione alla pari per costruire il terzo polo del credito italiano, ma al momento si tratta, come l’ha definita plasticamente Messina, di “una lettera d’amore, nella quale Banco Bpm auspica di iniziare una conversazione per arrivare a una combinazione”. Non c’è ancora un’offerta pubblica, non ci sono numeri, non c’è cassa. Per rispondere a Intesa con qualcosa di comparabile, Piazza Meda dovrebbe strutturare un’operazione da decine di miliardi con una componente liquida significativa, il che richiederebbe quasi certamente un aumento di capitale. Il tempo stringe, e la passivity rule che lega le mani di Mps riduce anche gli spazi di manovra per un eventuale accordo difensivo che il consiglio di amministrazione di Siena potrebbe voler esplorare.

Il grande assente, almeno in apparenza, è Unicredit. Andrea Orcel è impegnato nella complessa partita tedesca su Commerzbank. In questo senso, un rilancio immediato su Mps sembra tecnicamente e finanziariamente difficile da sostenere in parallelo. Anche se già, secondo varie indiscrezioni, a febbraio aveva valutato un rafforzamento in Rocca Salimbeni passando proprio dalla quota Delfin, e non è escluso che, conclusa la campagna tedesca, Orcel possa tornare a rivolgere l’attenzione sull’Italia. Nel frattempo, Unicredit ha accumulato circa il 9% di Generali, una partecipazione che Orcel definisce “meramente finanziaria”, ma che, se l’opas di Intesa Sanpaolo dovesse andare in porto, si troverebbe fianco a fianco con il 13,5% ereditato da Messina attraverso Mediobanca. Due banche concorrenti, comproprietarie del principale gruppo assicurativo del Paese, custode di quasi 900 miliardi di risparmi degli italiani: una convivenza che difficilmente resterà a lungo statica.

 

La partita su Generali

Ed è proprio il dossier Generali a rappresentare l’orizzonte più lontano, e forse più rilevante, dell’intera partita. Messina ha ripetuto più volte di non voler “entrare nei meccanismi di liste” e che Intesa Sanpaolo è interessata esclusivamente agli utili netti prodotti dalla partecipazione. Ma la stessa argomentazione era stata usata per mesi sull’impossibilità strutturale di fare M&A bancario domestico per ragioni antitrust, fino al blitz su Mps.

Secondo diverse fonti citate da La Repubblica, gli esperti di Intesa Sampaolo e di antitrust avrebbero già fatto i conti su una eventuale fusione con Generali: richiederebbe la cessione di Alleanza Assicurazioni, del polo della salute e forse di Banca Generali, con Carlo Cimbri di Unipol già identificato come potenziale acquirente di Alleanza. Il CdA di Generali scade nel 2028, lo stesso anno di quello di Intesa: fino ad allora, il management guidato da Philippe Donnet e Andrea Sironi può dormire sonni relativamente tranquilli. Ma solo relativamente.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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