LA GUERRA DEL PETROLIO, SPIEGATA BENE

In collaborazione con Schroders, Ubp e La Francaise, dieci domande e dieci risposte sul conflitto tra Russia e Arabia Saudita: cosa succede al petrolio, chi ci  rimetterà di più, cosa accadrà in futuro

 

1- Cosa è successo venerdì 6 marzo?

L’Opec e i suoi alleati non sono riusciti a raggiungere un accordo durante il vertice di Vienna per ridurre ulteriormente la produzione del petrolio al fine di riequilibrare il mercato de sostenere i prezzi. L’idea era che i membri Opec, su raccomandazione dell’Arabia Saudita, tagliassero la produzione di 1 milione di barili al giorno e gli alleati Opec Plus, guidati dalla Russia, di 500.000, per un totale di 1,5 milioni di barili al giorno fino a fine anno.

 

2- Perché l’Opec vuole tagliare la produzione del petrolio?

A causa del dilagare dell’epidemia del coronavirus, la domanda globale di petrolio subirà un fortissimo calo. Secondo l’Opec “la crescita nel 2020 sarà di 480 barili al giorno. A dicembre 2019, la previsione era di 1,1 milioni di barili.

 

3- Come mai la Russia non è d’accordo?

La Russia si è rifiutata di tagliare la produzione perché la sua è un’economia diversificata, che può permettersi un prezzo del petrolio anche di soli 42 dollari per riequilibrare il suo bilancio, al contrario di altre economie mono-esportatrici, come lo sono i Paesi del Golfo e l’Arabia Saudita stessa, che hanno bisogno di un prezzo di almeno 80 dollari al barile per poter riequilibrare il proprio bilancio. Per quanto riguarda i paesi esportatori di oro nero che sono già in difficoltà, come l‘Iran e il Venezuela, questo crollo dei prezzi potrebbe far divampare disordini sociali e crisi politiche.

 

4- Come ha reagito l’Arabia Saudita al no della Russia?

L’alleanza tra Mosca e Ryad ha contribuito a sostenere i prezzi del petrolio per tre anni. I due Paesi hanno entrambi annunciato che pomperanno più oro nero, per proteggere la loro quota di mercato. Ma secondo Bloomberg “l’Arabia Saudita ha detto privatamente ad alcuni operatori del mercato che potrebbe aumentare la produzione a ben oltre 10 milioni di barili al giorno… arrivando persino a un record di 12 milioni”. A livello locale inoltre è stata data la notizia che l’Arabia Saudita aumenterà le esportazioni, portandole fino a 800.000 barili al giorno, in un mercato in cui l’offerta, peraltro, è già eccessivamente alta.

 

5- Come ha reagito il mercato?

Quella dell’Arabia Saudita è da interpretarsi come una vera e propria dichiarazione di guerra sui prezzi. In questo contesto, il petrolio già venerdì scorso ha avviato un crollo delle quotazioni: da 46 a 41$ al barile (-9,7%) per poi precipitare definitivamente lunedì 9 marzo, aggiornando i minimi a 27,4 $ al barile (-27%). Oggi è scambiato a circa 32 dollari al barile, ma in termini di choc per la domanda e l’offerta, questo è forse lo scenario peggiore per il mercato del petrolio sin dagli Anni Trenta, con il prezzo tornato ai livelli del 1991, quando il greggio toccò il fondo a causa dell’invasione dell’Iraq in Kuwait con l’obiettivo di appropriarsi dei giacimenti di petrolio sul territorio.


Grafico Petrolio Wti by TradingView

 

6- Al momento, come si possono quantificare le perdite delle quotazioni del petrolio?

Il Wti è letteralmente colato a picco: il crollo del prezzo ufficiale di vendita è di $7-$8 al barile per l’Europa e gli Usa, mentre per l’Asia si può calcolare un calo tra i 4 e i 6 dollari al barile in Asia. Come detto, tali quotazioni del greggio sono significativamente inferiori al pareggio contabile di tutti i produttori dell’Opec, paesi cioè che basano la propria economia quasi interamente sulla produzione e l’esportazione del greggio. È difficile immaginare, per questo, che tali prezzi possano essere sostenibili senza tagli significativi ai programmi fiscali che, a loro volta, porterebbero a notevoli turbolenze. Inoltre, l’attuale prezzo del greggio è inferiore ai costi operativi anche dell’industria Opec Plus di cui fa parte la Russia: si stima che per le maggiori società petrolifere integrate sia necessario ottenere almeno $35 al barile per sostenere tali costi operativi.

 

7- Al di là dei singoli paesi, chi ci sta rimettendo di più?

A risentirne in maniera immediata è l’industria americana dello scisto, con lo shale oil troppo costoso da estrarre e la maggior parte delle società del settore, già fortemente indebitate. L’insolvenza tra i produttori di olio di scisto potrebbe diventare un problema. Lo shale è stata anche una componente importante del capex e qualsiasi sviluppo avrà naturalmente ripercussioni sui fornitori di servizi petroliferi, come per esempio Halliburton e Schlumberger. Per i produttori di shale oil negli USA, la stima è che il loro prezzo di breakeven si attesti fra i $45 e i $50. Il future dicembre 2020 scambia attualmente a $37: questo significa che la maggior parte dei produttori non riuscirà a sopravvivere se il prezzo dovesse mantenersi intorno a questi livelli. Pertanto, vi sono conseguenze molto negative anche per l’High Yield Usa, dato che il settore energia rappresenta circa il 12% dell’asset class.

 

8- Qual è lo stato di salute delle società petrolifere quotate?

Non sono mai state così fragili negli ultimi 20 anni. Gli investitori stanno vendendo le proprie quote, in quanto i timori ESG (ambientali, sociali e di corporate governance) indirizzano il capitale verso il settore delle rinnovabili. I pochi detentori che rimangono stanno chiedendo ritorni elevati agli azionisti, e ciò sta limitando il capitale. Questo regime sta aumentando i vincoli all’offerta futura del settore. Se il prezzo del petrolio recupererà, la risposta in termini di offerta da parte delle società petrolifere quotate potrebbe essere la più limitata di sempre.


Grafico Scorte Petrolio Wti Eia by TradingEconomics

 

9- Ogni settimana Eia e Api danno gli aggiornamenti delle scorte: qual è la situazione?

L’Eia ha dichiarato oggi che vi è già un surplus di circa 3,6 milioni di barili al giorno. Un eccesso di offerta che potrebbe salire fino a oltre 5 milioni di barili al giorno durante il secondo trimestre. E’ evidente che i rischi per gli equilibri del petrolio nei prossimi mesi riguardano decisamente la domanda e il fatto che nel breve termine sarà inevitabile un ampio accumulo continuativo di scorte per tutto il 2020. Tuttavia, a differenza del periodo 2013-2018, la crescita dell’offerta Opec Plus oltre il breve periodo sta rallentando notevolmente, è contenuta e insufficiente in termini assoluti. Se guardiamo al periodo 2021-2025, il mercato del greggio potrebbe addirittura soffrire sul lato dell’offerta. Occorre quindi, nel lungo termine, che l’Opec aumenti la produzione oltre l’attuale spare capacity.

 

10- Cosa succederà al petrolio?

Il mercato si trova di fronte a una combinazione letale: eccesso di produzione a livello globale e rallentamento della crescita economica globale. Se il prezzo medio sarà di $35 al barile per il resto del 2020, i flussi di cassa totali per le compagnie petrolifere si ridurranno del 50%-60% e dividendi di tutte le società integrate non saranno coperti. Nessuno nell’industria è infatti in grado di lavorare a $30 al barile. Di conseguenza più resteremo fissi sui prezzi attuali, più l’offerta verrà rimossa dall’industria. Ciò mette il mercato di fronte a una fase di notevole stretta e di prezzi molto più elevati, finché alla fine entreremo in un periodo di domanda stabile e di ripresa dei rifornimenti. Ma affinché si verifichi questa stabilizzazione, abbiamo bisogno che il coronavirus si affievolisca, che l’attività industriale riparta e che le industrie riducano le scorte. Nel brevissimo periodo è difficile che ciò accada, ma se guardiamo oltre il breve termine, i rischi al rialzo per le quotazioni del petrolio sono significativi.

 

La Française è un asset manager multi-expertise con un patrimonio in gestione pari a €69 miliardi al 31 dicembre 2019.

Schroders, fondato nel 1804, quotato alla Borsa di Londra dal 1959 e parte dell’indice FTSE 100, è uno dei principali gruppi finanziari globali, con un patrimonio gestito e amministrato pari a €590,3 miliardi (al 31.12.19).

Union Bancaire Privée è una delle più importanti banche private in Svizzera:  fondata da Edgar de Picciotto nel 1969, con 140,3 miliardi di CHF di capitali in gestione si annovera tra gli istituti con la maggiore capitalizzazione del paese.