Petrolio: ecco perché i prezzi non torneranno a 140 dollari - Borsa e Finanza

Petrolio: ecco perché i prezzi non torneranno a 140 dollari

Petrolio: ecco perché i prezzi non torneranno a 140 dollari

I prezzi del petrolio scendono per la seconda settimana consecutiva, con il Brent che viaggia poco sopra i 100 dollari al barile, mentre il WTI si colloca nei pressi di 96 dollari. Ad aver spinto in basso le quotazioni la decisione dei membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di rilasciare 60 milioni di barili di greggio dalle scorte strategiche a inizio settimana. La metà di queste arrivano dagli Stati Uniti, che negli ultimi 6 mesi hanno rifornito il mercato di 180 milioni di barili in più utilizzando i propri depositi di emergenza.

A contribuire al calo delle quotazioni anche l’atteggiamento aggressivo della Federal Reserve, che ha dato ampi segnali di inasprimento della propria politica monetaria, il che secondo alcuni potrebbe condurre a una recessione economica facendo abbassare la domanda. Ha influito inoltre la ripresa notevole dei contagi da Covid-19 in Cina che ha determinato blocchi più severi, creando interruzioni all’attività economica in centri nevralgici del Paese. Se si fa riferimento ai prezzi del petrolio del 6 marzo, quando all’apice della tensione geopolitica per la guerra Russia-Ucraina avevano sfiorato i 140 dollari, oggi le quotazioni sono scese di quasi il 30%.

 

Petrolio: la storia dice che non tornerà a 140 dollari

Cosa succederà adesso? Gli Stati Uniti hanno già messo l’embargo sul petrolio, la Gran Bretagna farà lo stesso gradualmente entro la fine dell’anno, mentre ieri il Parlamento Europeo ha votato a maggioranza per lo stop all’importazione di tutti i combustibili provenienti dalla Russia. Ciò farebbe pensare a un’escalation di tensioni, con un drastico calo dell’offerta e prezzi alle stelle.

Eppure, dando un’occhiata a quanto successo in passato, difficilmente a breve si vedrà un ritorno a 140 dollari. In 6 occasioni risalenti al 1975 il petrolio è stato scambiato a cifre così alte e ogni volta è precipitato poi rapidamente, portandosi a un prezzo al di sotto della sua media mobile di 24 mesi.

Questo non significa che non possa salire ancora dai livelli attuali, essendo anche che sembra abbia trovato un appoggio sui 95 dollari. Secondo gli analisti difficilmente però ritesterà nuovamente i top che non si vedevano dal 2008. Julian Emanuel, stratega di Evercore afferma che la cura per i prezzi elevati sono proprio i prezzi elevati, lasciando intendere che oltre un certo livello l’oro nero non può spingersi.

 

UBS alza le stime per il 2022

Gli analisti di UBS hanno alzato le stime sul Brent per quest’anno a 95 dollari al barile, rispetto agli 81 dollari precedentemente previsti. Per il 2023 le previsioni passano da 80 a 85 dollari, mentre per il 2024 da 75 a 80 dollari. Tale revisione al rialzo è stata dettata dal calo dell’offerta conseguente alla guerra Russia-Ucraina, che comporta un premio al rischio più alto. La banca svizzera inoltre afferma che i margini di raffinazione saranno nel breve termine leggermente più alti, per effetto del blocco delle esportazioni russe, con riferimento in maniera particolare ai distillati medi.

 

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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