Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso più volte il desiderio di vedere i prezzi del petrolio scendere fino a 50 dollari al barile. Con queste quotazioni, a suo avviso, il prezzo della benzina si abbasserebbe notevolmente, creando vantaggio per gli americani. Il sogno dell’inquilino della Casa Bianca sarebbe di avere un prezzo alla pompa di 1,87 dollari al gallone, il che equivarrebbe a un valore del greggio di circa 20 dollari al barile. “Sarebbe una situazione perfetta”, ripeteva Trump durante la campagna elettorale. Il suo consigliere commerciale Peter Navarro ha anche suggerito che un prezzo a 50 dollari aiuterebbe a domare l’inflazione negli Stati Uniti.
L’ultima volta che si è visto il petrolio a quei livelli è stato a novembre 2020 con lo shock del Covid-19 che ha paralizzato tutte le attività. Da allora, il prezzo dell’oro nero è cresciuto fino a raggiungere un picco di 140 dollari nel 2022 a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Negli ultimi giorni, le quotazioni si sono contratte, con il Brent sceso a 68 dollari al barile la scorsa settimana sulla decisione dell’Opec+ di confermare i piani per un aumento graduale della produzione. Trump vorrebbe un ulteriore calo dei prezzi, ma allo stesso tempo spinge affinché le aziende petrolifere producano di più, rallentando così la transizione energetica e l’abbandono dei combustibili fossili.
Petrolio: ecco perché è difficile vedere prezzi a 50 dollari
I due obiettivi del presidente degli Stati Uniti – petrolio a 50 dollari e trivellazioni – rischiano però di essere in collisione tra loro. Quale incentivo avrebbero le compagnie energetiche ad aumentare la produzione con margini più ristretti? Soprattutto, quale sarebbe il break-even point per le aziende? Partendo da quest’ultima domanda, secondo le stime di S&P Global Commodity il prezzo medio di pareggio per i produttori di scisto americani nel 2025 sarebbe di 45 dollari al barile.
Molti analisti e manager delle aziende petrolifere ritengono che un numero elevato di produttori non sarebbe redditizio neppure con le quotazioni a 50 dollari. Tra l’altro, secondo il Fondo monetario internazionale, l’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo del petrolio in prossimità di 100 dollari per pareggiare il suo bilancio statale, così come la Russia non può accettare un prezzo basso per finanziare la guerra in Ucraina. Ne consegue, e qui si torna alla prima domanda, che difficilmente i Paesi produttori – comprese le aziende di scisto americane – permetteranno uno scenario di discesa dei prezzi del petrolio aumentando l’output. Anzi, l’Opec+ probabilmente interverrebbe di fronte a una discesa dei prezzi di tale portata.
“Il petrolio a 50 dollari al barile sarebbe un grosso problema per Arabia Saudita e Russia, che potrebbero mettere in pausa e invertire gli aumenti di produzione in qualsiasi momento”, ha affermato Claudio Galimberti, capo economista di Rystad Energy. Inoltre, ciò “danneggerebbe gli Stati Uniti più che avvantaggiarli, e sicuramente le aziende USA non produrrebbero più petrolio, a differenza di quello che Trump vorrebbe vedere”. Insomma, “i due obiettivi sono incompatibili”, ha aggiunto.
Paul Horsnell, responsabile della ricerca sulle materie prime presso Standard Chartered, ha affermato che il greggio a 50 dollari al barile “sarebbe un po’ una vittoria di Pirro”. A suo giudizio, “l’economia dello scisto potrebbe ancora funzionare in alcune piccole parti dei bacini del Delaware e del Midland, ma il resto, tra cui Oklahoma, Montagne Rocciose, Bakken, Texas meridionale, faticherebbe a continuare”.
Secondo Martijn Rats, stratega petrolifero globale di Morgan Stanley, c’è anche una questione legata ai dazi da considerare. Con le tariffe sulle importazioni di alluminio e acciaio, i produttori di petrolio statunitensi vedono i loro costi per le infrastrutture aumentare. Di conseguenza, “i prezzi del petrolio saranno spinti verso l’altro e non verso il basso”, ha osservato l’esperto.









