Il merito di credito delle due principali economie dell’eurozona torna sotto la lente delle agenzie di rating. Francia e Germania si preparano all’aggiornamento dei giudizi sovrani: Dbrs interverrà stasera, dopo la chiusura dei mercati finanziari, sul rating del debito pubblico di Berlino, mentre S&P’s aggiornerà quello di Parigi. Dbrs mantiene la tripla A con outlook stabile per la Germania, mentre S&P’s assegna alla Francia un A+ stabile, dopo il downgrade a sorpresa di ottobre.
Nel frattempo, Scope Ratings, nel suo Sovereign outlook 2026, lancia un avvertimento: “Le tensioni geopolitiche, la polarizzazione interna e la fragilità delle finanze pubbliche restano i principali rischi per i rating sul debito pubblico delle nazioni avanzate ed emergenti”.
In questo articolo:
- Geopolitica, pressioni globali e fragilità interne: le nuove variabili del rischio sovrano
- Francia e Germania: due strategie fiscali opposte di fronte alla prova del 2026
- Spread: la sfida tra Francia e Italia nel rating sul debito pubblico
Geopolitica, pressioni globali e fragilità interne: le nuove variabili del rischio sovrano
Per Scope Ratings, la variabile geopolitica è determinante nella traiettoria dei rating sul debito pubblico dei Paesi avanzati. In particolare pesa la crescente imprevedibilità della politica statunitense. Dalla revisione degli accordi commerciali alla postura internazionale, la volatilità di Washington alimenta l’incertezza, minacciando le catene di approvvigionamento globali.
Altro punto critico è la Cina, dominatrice nelle materie prime e nelle tecnologie strategiche. La dipendenza europea da Pechino in segmenti industriali ad alto valore aggiunto rappresenta un potenziale fattore di vulnerabilità. Tuttavia è il conflitto ucraino a incidere con maggior peso. Scope Ratings sottolinea che per i Paesi europei “permane un’incertezza significativa riguardo all’esito di eventuali negoziati di cessate il fuoco tra Russia e Ucraina, o in alternativa una possibile escalation militare”. Ogni scenario avrebbe ripercussioni sul profilo fiscale, sui prezzi dell’energia e sulla necessità di spese straordinarie, influenzando direttamente il rating del debito pubblico.
Accanto alle tensioni esterne, si moltiplicano i rischi interni. Come afferma Carlo Capuano, vice-responsabile Sovereign and Public Sector di Scope, “anche i fattori interni svolgono un ruolo cruciale, non da ultimo le prospettive fiscali difficili e la crescente polarizzazione politica, che rendono sempre più complesso implementare riforme strutturali”. In molte economie avanzate, i margini di bilancio si assottigliano mentre la pressione sociale aumenta, rendendo più complicata la sostenibilità dei conti pubblici.

Francia e Germania: due strategie fiscali opposte di fronte alla prova del 2026
Sul fronte delle manovre di bilancio, Francia e Germania si muovono in modo molto diverso. Parigi naviga nell’incertezza politica: il governo guidato da Sébastien Lecornu fatica a consolidare una maggioranza stabile, condizione che indebolisce la credibilità del suo piano fiscale. Berlino, sotto la guida del cancelliere Friedrich Merz, affronta invece un contesto più solido, pur tra tensioni interne sulla spesa.
La differenza più evidente riguarda la composizione dei piani di bilancio. La Francia, con un debito al 115% del Pil, ha presentato una manovra fortemente restrittiva: 43,8 miliardi di risparmi, ottenuti attraverso il congelamento delle aliquote fiscali e delle prestazioni sociali, tagli alla pubblica amministrazione e perfino l’abolizione di festività come Pasquetta e l’8 maggio. L’Assemblea nazionale ha però respinto alcuni aumenti dell’Iva, rendendo più incerta la traiettoria di aggiustamento. Sul fronte della difesa, sono previsti 6,7 miliardi di spesa aggiuntiva.
La Germania sceglie invece una politica espansiva, con un bilancio da 524,5 miliardi, finanziato in parte attraverso 97,9 miliardi di nuovo debito e l’istituzione di fondi speciali per infrastrutture e difesa per 500 miliardi complessivi. Un’impostazione che riflette la volontà di sostenere l’economia e modernizzare il Paese, ma che accende il dibattito interno sul rispetto del freno al debito, nonostante la recente modifica costituzionale.
Sul tema, John Taylor, responsabile reddito fisso europeo di AllianceBernstein, utilizza toni pesanti sulla Francia: “Penso che la questione principale sia quando la Francia verrà declassata al livello in cui probabilmente dovrebbe trovarsi – spiega in un report – cioè tra BBB+ e A-. Non sappiamo quando le agenzie di rating decideranno di operare questi tagli, perché la situazione politica è un completo caos: ogni volta che si cerca di proporre qualcosa per cambiare la dinamica e risolvere i problemi fiscali, il primo ministro in carica viene sfiduciato e si ricorre a un nuovo rimpasto o a cambiamenti improvvisi. Fino alle elezioni presidenziali di inizio 2027, questa sarà probabilmente la situazione. Tra oggi e allora, quindi, c’è solo da attendersi ulteriori declassamenti della Francia, senza reali cambiamenti nelle dinamiche fiscali”.
Spread: la sfida Francia-Italia nel rating sul debito pubblico
Il confronto tra Francia e Italia si fa particolarmente intenso sul piano dei mercati obbligazionari. Eiko Sievert, direttore generale di Scope Ratings, evidenzia che “c’è una pressione al rialzo sui debiti sovrani precedentemente con rating più bassi come Cipro, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, mentre Paesi storicamente forti come Austria, Belgio, Finlandia, Francia e Stati Uniti affrontano pressioni al ribasso”.
Il risultato è una convergenza degli spread che, però, può trarre in inganno. Gli analisti di Scope avvertono: “Le differenze strutturali in termini di crescita, finanza pubblica, demografia e governance continuano a incidere profondamente sul rating del debito pubblico”.
La crescita attesa di Francia e Italia tra 2025 e 2030 rimane simile — intorno all’1% per Parigi e allo 0,8% per Roma — ma il quadro cambia osservando i conti esteri. L’Italia presenta un avanzo delle partite correnti pari all’1,5% del Pil e una posizione finanziaria netta positiva dell’11%, mentre la Francia registra equilibrio nei flussi e un debito netto estero pari al 22% del Pil. Sul versante della produttività, però, Parigi mantiene un vantaggio storico. Il Pil pro capite francese rimane attorno al 5% superiore a quello italiano, sostenuto da una struttura economica più efficiente. Questo gap dovrebbe persistere almeno fino al 2030.
Oltre alle dinamiche di crescita, ciò che differenzia i due Paesi è l’assetto dei conti pubblici. La Francia, con un debito al 115% del Pil, mantiene maggiore spazio di manovra rispetto all’Italia, che nel 2025 toccherà il 138%. Nonostante scadenze medie elevate per entrambi, il costo del servizio del debito pesa più sui conti italiani: “I pagamenti netti di interessi della Francia come quota delle entrate dovrebbero aumentare al 7% circa entro il 2030”, osserva Scope, restando tuttavia al di sotto dell’8% previsto per l’Italia.
Un altro fattore determinante è la composizione degli investitori: quasi il 70% del debito italiano è detenuto da residenti, contro circa il 50% della Francia, più esposta alle oscillazioni del sentiment internazionale. Le differenze si ampliano osservando demografia e transizioni strutturali. La Francia avrà nel 2050 un rapporto di dipendenza del 50%, contro oltre il 60% dell’Italia, con implicazioni dirette sulla spesa pensionistica. Sul piano energetico, Parigi beneficia di una bassa dipendenza dalle importazioni — 45% contro il 75% dell’Italia — grazie al nucleare. Infine, pesa la stabilità politica. La Francia è impegnata in un cammino tortuoso verso il consolidamento fiscale, con riforme sospese e un contesto politico volatile in vista delle presidenziali del 2027. Non sorprende, dunque, l’outlook negativo di Scope. L’Italia, invece, mostra maggiore continuità: “Le dinamiche fiscali italiane sono più favorevoli nel breve termine”, nota l’agenzia, con un avanzo primario atteso oltre l’1,8% del Pil e un debito che potrebbe stabilizzarsi attorno al 136%.










