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Regno Unito: debito pubblico record dal 1961, quali effetti?

Regno Unito: debito pubblico record dal 1961, quali effetti?

Il debito pubblico del Regno Unito è a livelli che non si vedevano dal 1961. Secondo quanto pubblicato oggi dall’Office for National Statistics britannico, l’indebitamento del Paese – escluse le banche controllate dallo Stato – ha raggiunto quota 2.742 miliardi di sterline, pari al 99,8% del PIL a maggio o al 96,1% del PIL 2023.

A incidere sulla crescita consistente del debito rispetto al prodotto interno lordo sono stati vari fattori. Uno è la crisi pandemica che ha costretto il Paese a piani di spesa esorbitanti per cercare di rilanciare un’economia in ginocchio a causa dei lockdown. Un secondo fattore è la crescita economica anemica negli ultimi anni della Gran Bretagna che ha fatto abbassare il valore del denominatore nel rapporto debito/PIL. Infine va considerata la serie di rialzi dei tassi di interesse attuati dalla Bank of England a partire dal 2022 per frenare l’avanzata dell’inflazione più aggressiva degli ultimi 40 anni. Tassi più alti hanno fatto lievitare gli interessi che lo Stato britannico ha dovuto pagare per le obbligazioni emesse, il che ha generato ulteriore debito.

 

Regno Unito: cosa significa il debito pubblico elevato in vista delle elezioni

I dati sul debito pubblico del Regno Unito hanno una grande importanza per le elezioni politiche alle porte. Chiunque la spunterà tra laburisti e conservatori dovrà fare i conti con il bilancio. È ancora fresco nella memoria degli investitori il ricordo del terremoto che scoppiò nei mercati finanziari nel 2022, quando il primo ministro Liz Truss portò avanti un piano di tagli fiscali che mise grande pressione al debito pubblico.

La crisi dei Gilt costrinse Truss a dimettersi dopo appena 44 giorni a Downing Street e il suo successore Rishi Sunak intraprese la strada del rigore fiscale. Il prossimo premier non può esimersi dal tenere in considerazione tutto questo. Il punto è che entrambe le forze politiche che si sfideranno il 4 luglio hanno già promesso di non aumentare l’aliquota dell’imposta sul reddito, sul valore aggiunto e su altri tributi. Bisognerà però far quadrare i conti.

In soccorso del prossimo esecutivo potrebbe venire la BoE attraverso la riduzione dei tassi di interesse. La Banca centrale britannica ha tenuto tutto fermo nella riunione di ieri, ma ha aperto a più tagli del costo del denaro nel resto dell’anno. In verità non c’è motivo di dubitare quanto asserito dal Comitato di politica monetaria, visto che l’inflazione nel Regno Unito è arrivata all’obiettivo di lungo termine del 2%. Le mosse della BoE potrebbero alleggerire il carico degli interessi sul debito pubblico e liberare risorse per piani di spesa più aggressivi e/o limitati ritocchi alle imposte, in linea con le promesse dei partiti in campagna elettorale.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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