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Titoli di Stato italiani: ecco perché il TPI della BCE non è più una garanzia

Titoli di Stato italiani: ecco perché il TPI della BCE non è più una garanzia

I titoli di Stato italiani potrebbero finire sotto l’attacco dei mercati finanziari perché la garanzia offerta dal Transmission Protection Instrument (TPI) della Banca centrale europea potrebbe non scattare. L’Italia dovrà affrontare una procedura per deficit eccessivo da parte della Commissione europea, venendo meno in questo modo a uno dei criteri per l’attivazione dello strumento, a meno che il governo non metta in atto rapidamente le misure correttive richieste.

Il TPI è stato creato nel 2022 dall’Eurotower e prevede un intervento diretto della Banca centrale sul mercato per acquistare le obbligazioni pubbliche di un Paese dell’eurozona sotto attacco speculativo, in modo da arginare l’allargamento degli spread tra i 20 membri che adottano la moneta unica. Finora non è mai stato utilizzato in quanto in nessun Paese si sono determinate le condizioni richieste per azionare lo strumento. Tuttavia, l’Italia è stata tra le nazioni più monitorate per via dell’elevato indebitamento e del persistente sforamento rispetto ai criteri fiscali imposti dall’Unione. Il TPI comunque ha scoraggiato con la sua sola presenza qualsiasi velleità speculativa sul mercato e infatti lo spread tra i BTP italiani a 10 anni e gli equivalenti Bund tedeschi è sceso fin sotto 130 punti base prima della risalita delle ultime sedute.

 

TPI: cosa prevede il regolamento della BCE

La procedura per deficit eccessivo potrebbe però cambiare le carte in tavola. Il regolamento della BCE prevede che il TPI possa essere attivato quando non esista alcun procedimento per disavanzo eccessivo, salvo la presa di provvedimenti per correggere la situazione. Quindi l’Italia rischia? In verità il quadro è nebuloso. Quando lo strumento è stato istituito, la BCE ha affermato che i criteri di idoneità devono essere considerati degli input nel suo processo decisionale, ma verrebbero inseriti in un contesto in cui l’autorità monetaria valuta la situazione generale in termini di rischi per la stabilità finanziaria dell’eurozona.

In sostanza, un Paese come l’Italia sotto attacco dei mercati rappresenterebbe un pericolo non solo per la terza economia europea ma per tutto il sistema finanziario. Di conseguenza, il margine di manovra della BCE sarebbe più ampio. La scorsa settimana, la governatrice Christine Lagarde ha dichiarato che una procedura per deficit eccessivo è semplicemente una condizione alternativa da prendere in considerazione per valutare l’idoneità di un Paese al TPI. Un portavoce dell’Eurotower ha riferito poi che questa condizione da sola non è sufficiente per squalificare uno Stato membro.

 

Titoli di Stato italiani fuori pericolo?

Stando alle affermazioni provenienti dall’istituto di Francoforte, i titoli di Stato italiani dovrebbero essere al riparo dalle vendite degli investitori. Ma è proprio così? In realtà il debito eccessivo di Roma è una spina nel fianco che prima o poi potrebbe spingere i mercati a posizionarsi contro le nostre obbligazioni. Il debito pubblico ha raggiunto circa 2.900 miliardi di euro, collocandosi al 137,3% sul PIL a fine 2023. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, il rapporto del debito rispetto al prodotto interno lordo sarà destinato a salire fino al 144,9% nel 2029. Nel frattempo, la scorsa settimana il governo Meloni ha pubblicato il piano economico triennale che comporta un aumento fino al 2026, rendendo difficile il rispetto dei requisiti Ue.

Tutto ciò significa che il sentiment degli investitori nei confronti dell’Italia potrebbe diventare negativo, a giudizio di Franziska Palmas, economista senior di Capital Economics. Un rischio effettivo si avrebbe se, sulla scia della Federal Reserve statunitense, la BCE decidesse di rallentare il ritmo dei tagli ai tassi di interesse. Questo perché farebbe salire i costi di finanziamento per l’Italia, rendendo il debito pubblico più difficilmente sostenibile.

A giudizio di Fabio Balboni, economista senior di HSBC, “i mercati potrebbero voler testare a quale livello la BCE sarebbe disposta a usare la sua discrezionalità per attivare il TPI, indipendentemente dal fatto che un Paese soddisfi i requisiti”, ha affermato. Mentre Tim Jones, analista della zona euro di Medley Advisors, ritiene che “il TPI abbia fatto il suo lavoro così bene negli ultimi due anni che anche un accenno al fatto che solo alcuni funzionari della BCE considerino l’Italia non idonea al sostegno renderebbe le sue obbligazioni molto più vulnerabili”.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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