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Banche centrali: lotta all’inflazione è entrata in una fase cruciale

Banche centrali: la lotta contro l'inflazione ora è entrata in una fase cruciale

Con l’ultima riunione di questa settimana da parte della Bank of England si è concluso il ciclo di questo mese delle Banche centrali. Tirando le somme, si può mettere in risalto qualche indicazione molto importante. La principale forse è che l’inflazione è ancora una brutta bestia che richiede tempo per essere domata. Se è vero che quella generica si è raffreddata, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, l’inflazione core – ossia depurata dalla componente energetica e dei beni di consumo – resiste ancora. In Gran Bretagna risulta del 7,1% (a fronte di un’inflazione generica dell’8,7%), mentre in Europa e in USA si è attestata rispettivamente al 5% e al 4,7% negli ultimi sei mesi. Questo significa che le Banche centrali dovranno mandare necessariamente l’economia in recessione per dichiarare vinto il match nei confronti del carovita.

La situazione più critica è quella della BoE, che ha dovuto alzare i tassi di mezzo punto percentuale al 5% questo mese, oltre le attese di un quarto di punto. La Banca Centrale Europea ha attuato una stretta più lieve, dello 0,25%. Mentre, la Federal Reserve si è presa una pausa, ma è intenzionata a ripartire con gli incrementi del costo del denaro a luglio. In tutti i casi, comunque, gli obiettivi di lungo periodo di un’inflazione al 2% sono lontani. Con un costo della vita così vischioso, si sta discutendo se accettare una crescita dei prezzi al di sopra del target, magari fino al 3%, pur di non mandare la propria economia in recessione. Tuttavia, la presa dei falchi all’interno di ogni istituto monetario rimane ferrea e la pressione di andare fino in fondo si fa sempre più fitta.

 

Banche centrali: perché la battaglia contro l’inflazione è diventata più dura

La battaglia delle Banche centrali contro l’inflazione potrebbe quindi entrare in una nuova fase, che secondo alcuni economisti sarebbe più impegnativa in quanto l’economia è più fragile (anche se non di molto) rispetto a quando è iniziato il ciclo degli aumenti dei tassi. “La prossima tappa del miglioramento dei numeri dell’inflazione sarà più difficile”, ha detto Carl Riccadonna, capo economista statunitense di BNP Paribas. “Richiede più dolore, e quel dolore probabilmente comporta una recessione nella seconda metà dell’anno”. Dello stesso avviso è Torsten Slok, capo economista di Apollo Global Management, secondo cui “l’unico modo per far scendere l’inflazione al 2% è schiacciare la domanda e rallentare l’economia in modo più sostanziale”.

Uno degli aspetti più controversi riguarda il mercato del lavoro, che resta teso su entrambe le sponde dell’Atlantico. Specialmente negli Stati Uniti la forza occupazionale si mantiene robusta, con un tasso di disoccupazione appena del 3,7% e con le aziende che fanno fatica a trovare manodopera. Questo rischia un’impennata dei salari che metterebbe in circolo nuovamente l’inflazione, sia perché aumenterebbe la domanda di beni e servizi sia perché le imprese sarebbero costrette a incrementare il prezzo dei prodotti per compensare i maggiori costi dei salari. Secondo l’ex presidente della Fed Ben Bernanke e l’ex capo economista dell’FMI Olivier Blanchard, i salari devono crescere con lo stesso ritmo della produttività affinché abbiano un impatto significativo sull’inflazione.

Sulla politica attuata dalle Banche centrali si è espresso anche l’ex capo della BCE e del governo italiano Mario Draghi, che ha affermato come le autorità monetarie non abbiano alternative a quella di alzare il costo del denaro per abbattere l’inflazione. “Devono fare quello che stanno facendo, non c’è ragione di cambiare l’obiettivo ora”, ha detto l’economista italiano.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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