La guerra in Medio Oriente ha creato scompiglio nel mercato del Forex, con gli investitori che si sono indirizzati verso le valute rifugio come il dollaro americano. Un’analisi di Intesa Sanpaolo, tuttavia, mette in evidenza un aspetto importante che potrebbe incidere sui cambi in modo diverso rispetto a quanto avvenuto finora dall’inizio del conflitto.
In questo articolo:
- Forex: il ricordo degli anni ’90
- Quali impatti su dollaro, euro, yen e franco svizzero
Forex: il ricordo degli anni ’90
La guerra USA-Iran ha cambiato completamente le aspettative degli investitori sulla politica monetaria delle Banche centrali. Prima delle ostilità, il mercato scontava soprattutto la prosecuzione dei tagli ai tassi di interesse da parte della Federal Reserve e un approccio comunque accomodante sia della Bank of England sia della Banca centrale europea. Quanto alla Bank of Japan, le attese erano per un aumento del costo del denaro, anche per contrastare la debolezza dello yen, ma non in maniera aggressiva come si pensava qualche tempo prima, vista la cautela del governatore Kazuo Ueda.
L’aumento forsennato dei prezzi del petrolio, conseguente alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ha generato aspettative inflazionistiche e quindi di un atteggiamento molto più restrittivo da parte delle autorità monetarie. Ora il mercato sconta che la Fed non solo non abbassi il costo del denaro, ma che addirittura attui una stretta prima della fine dell’anno. Anche la Bce e la BoE potrebbero aumentare i tassi molto presto, mentre la BoJ potrebbe già intervenire questo mese.
Ma sarà davvero così? O meglio, le Banche centrali presteranno attenzione solo all’aspetto inflazionistico trascurando l’impatto della guerra sulla crescita? Gli analisti di Intesa Sanpaolo non ne sono convinti e richiamano alla memoria quanto accadde nel 1990, quando la politica monetaria inizialmente restrittiva fu completamente invertita non appena le preoccupazioni sulla crescita presero il sopravvento. Si trattò di un processo iniziato prima che le quotazioni del petrolio raggiungessero il picco. In un report di aprile, gli esperti della più grande banca italiana hanno scritto che attualmente il mercato risulta coperto in maniera eccessiva contro l’inflazione e in modo insufficiente nei confronti di un rallentamento della crescita. Per questo motivo, sta scontando una politica monetaria “eccessivamente restrittiva”. Si tratta di una reazione caratteristica all’aumento dei prezzi del greggio, ma che tiene poco conto del fatto che una crisi energetica possa innescare una recessione globale, sottolineano gli analisti.
Quali impatti su dollaro, euro, yen e franco svizzero
Man mano che dovessero emergere dati negativi sulla crescita, Intesa Sanpaolo ritiene probabile che le preoccupazioni per l’inflazione passino in secondo piano nei prossimi 6-9 mesi. Ciò significa che gli investitori potrebbero ribilanciare le valute nei loro portafogli, allontanandosi dal dollaro Usa per indirizzarsi verso altre più penalizzate, come lo yen e l’euro.
Entrando più nel dettaglio, gli analisti osservano quanto segue. La crisi in Medio Oriente ha consolidato il dollaro come bene rifugio, anche grazie al fatto che gli Stati Uniti sono meno colpiti dal calo dell’offerta di petrolio. Anzi, essendo esportatori netti e avendo meno concorrenza dal greggio dei Paesi arabi, potrebbero addirittura trarne beneficio. Tuttavia, con la crescita in rallentamento, anche se il biglietto verde probabilmente sovraperformerà rispetto alle valute cicliche ed emergenti, non farà lo stesso nei confronti di altri asset rifugio come yen e franco svizzero, si legge nel report di Intesa Sanpaolo.
Proprio la sua caratteristica di tradizionale bene rifugio potrebbe far prevalere lo yen in caso di shock della crescita, nonostante il Giappone sia dipendente energeticamente dal Medio Oriente. L’altro bene rifugio per eccellenza, il franco svizzero, nei prossimi mesi potrebbe invertire la recente debolezza dovuta agli interventi verbali della Swiss National Bank.
L’euro si trova in una posizione molto delicata, poiché l’Eurozona ha una forte dipendenza dalle importazioni di energia e quindi rischia di importare inflazione. Gli analisti ritengono che la Bce potrebbe aumentare i tassi di un quarto di punto a giugno, ma manterrà un approccio restrittivo graduale.









