Una pecora nera si nota di meno in mezzo ad altre pecore nere. L’Italia, con il suo debito “monstre” a quasi 3.000 miliardi di euro, secondo la rilevazione di maggio della Banca d’Italia, si ritrova ora accanto alla Francia, il cui debito pubblico si è attestato nel primo trimestre a 3.159,7 miliardi di euro (Insee). Solo leggermente meglio fa la Gran Bretagna con 2.468 miliardi di sterline di indebitamento (2.936 miliardi di euro al cambio del 16 luglio 2024). Spostandosi al di fuori di Europa e Gran Bretagna, in Giappone il debito pubblico ha superato gli 8.000 miliardi (in euro) a fine 2023, mentre nel mese di giugno gli Stati Uniti hanno raggiunto la cifra di 34.831 miliardi di dollari.
Anche in termini di rapporto debito/Pil il panorama si è deteriorato negli ultimi anni. Le statistiche del Fondo monetario internazionale classificano al primo posto il Giappone, seguito dal Venezuela e dal Sudan. Tuttavia l’eventuale default delle ultime due nazioni non avrebbe ripercussioni gravi come il fallimento (o semplicemente il rischio di fallimento) di una delle nazioni del G5 del debito pubblico mondiale. Al momento, utilizzando il parametro di misura del rapporto tra indebitamento e prodotto interno lordo, la classifica delle cinque big vede in testa il Giappone (general government gross debt del Fondo monetario internazionale):
- Giappone 254,6%
- Italia 139,2%
- Stati Uniti 123,3%
- Francia 111,6%
- Gran Bretagna 104,3%
Un mal comune non è un mezzo gaudio quando si parla di debito pubblico
C’è un elemento positivo nell’aumento del debito registrato dalle principali economie globali. Il problema è generale e nessuno si sentirà autorizzato a puntare il dito contro gli altri. Per quanto riguarda l’eurozona ciò si traduce in un minore spazio per le politiche di austerità. Tuttavia questa è solo una mezza verità. Se non saranno la Germania e le nazioni “virtuose” del nord Europa a chiederla, l’austerità potrebbe essere imposta dai mercati obbligazionari, che dovranno accettare un maggiore volume di emissioni di debito in concorrenza, richiedendo in cambio rendimenti più elevati. “I deficit sono tornati al centro dell’attenzione” ha sintetizzato Guy Miller, chief market strategist del gruppo assicurativo Zurich. Quanto lo siano, al centro dell’attenzione, lo testimoniano alcune reazioni violente dei mercati.
- Liz Truss, premier conservatrice del Regno Unito tra il 6 settembre e il 25 ottobre 2022. Dopo quarantacinque giorni, un record, si è dovuta dimettere. Il suo “mini budget” a base di tagli fiscali per i più ricchi che avrebbe dovuto innescare un circolo virtuoso di crescita dell’economia, aveva portato il rendimento chiesto dal mercato per i Gilt decennali britannici al 4,75%, forzando la Bank of England a intervenire con l’acquisto di titoli. La sterlina, per contro, scese ai minimi storici contro il dollaro, in area 1,035.
- Le elezioni europee del 9 giugno hanno decretato l’avanzata dei partiti estremisti di destra nelle due nazioni maggiori, la Francia e la Germania, con l’affermazione rispettivamente del Rassemblement National e di Alternative fur Deutschland. I mercati obbligazionari hanno reagito con un innalzamento dei rendimenti mentre l’euro si è indebolito. Gli investitori hanno visto nella vittoria delle destre nazionaliste un pericolo per l’unità di Unione europea ed eurozona.
- La Francia, dopo le elezioni anticipate chiamate dal presidente Emmanuel Macron in seguito all’esito di quelle europee, ha evitato il rischio di una maggioranza Le Pen. Ora però è alle prese con la formazione di un difficile governo che dovrebbe mettere insieme il centro di Ensemble con alcuni elementi della sinistra vittoriosa al secondo turno, quella del Nouveau Front Populaire. Il rendimento dei titoli di Stato francesi con scadenza a dieci anni è salito fino a toccare il 3,344% il primo luglio. Al traino si è mosso il rendimento dei titoli di Stato italiani che è tornato oltre il 4%.

I cinque osservati speciali, cosa potrebbe accadere?
La Francia è in questo momento la nazione che affronta lo scenario più difficile. Con un deficit di bilancio che nel 2023 si è attestato al 5,5%, la traiettoria del debito pubblico potrebbe assomigliare sempre di più a quella dell’Italia. Già prima delle elezioni le stime dell’Unione europea prevedevano un rapporto debito/Pil in aumento al 139% entro il 2024. Adesso, con un governo che sarà debole e sostenuto da forze di sinistra favorevoli alla spesa, anche questo obiettivo potrebbe essere superato. Lo spread tra gli Oat e i Bund, non a caso, è sceso dai picchi di inizio luglio ma rimane del 36% al di sopra dei livelli precedenti le elezioni europee, in area 65 punti da 48. Per David Arnaud, gestore di fondi di Canada Life AM il premio al rischio rimarrà incorporato nei prezzi degli Oat.
Gli Stati Uniti hanno sempre beneficiato della centralità del dollaro a livello globale e dello status di bene rifugio di cui godono i Treasury. Anche per loro, tuttavia, sta suonando da un po’ di tempo il campanello d’allarme sul debito pubblico. Nel periodo che manca alle elezioni presidenziali di novembre i rendimenti dei Treasury potrebbero oscillare in base alle dichiarazioni dei due candidati, Joe Biden e Donald Trump, rese durante la campagna elettorale. In entrambi i casi i mercati stimano un rischio di aumento dei deficit di bilancio. Dopo il primo confronto diretto alla Cnn tra i due opponenti e dopo l’attentato subito da Trump sabato scorso, i sondaggi premiano l’esponente repubblicano che però viene associato a minore tassazione e maggiore spesa, cosa che si rifletterebbe sull’inflazione. Sonja Laud, direttrice degli investimenti di LGIM, stima che un clean sweep (una vittoria completa al Congresso ndr) dei repubblicani, porterebbe “un’estensione del taglio delle tasse, un aumento della spesa militare e un brusco calo dell’immigrazione. Riteniamo anche che l’aumento delle tariffe doganali andrebbe a finanziare ulteriori tagli delle tasse”.

L’Italia in questo momento beneficia della presenza di un governo stabile e di una presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha saputo accreditarsi presso i mercati finanziari come un’espressione più moderata delle destre nazionaliste. Tuttavia l’entità del debito pubblico italiano non permette distrazioni. Lo scorso anno l’Italia ha registrato un rapporto deficit/Pil al 7,4%, decisamente alto, ed è stata sottoposta a procedura di infrazione da parte dell’Unione europea (insieme ad altre nazioni tra le quali la Francia). Per l’anno in corso il governo punta a un deficit/PIL al 4,3%. Secondo le previsioni della Commissione europea, entro il 2034 l’indebitamento dell’Italia salirà al 168% del PIL e c’è chi pensa, come Christian Kopf, responsabile del reddito fisso e Forex di Union Investments, che “il mercato non compensa il rischio che si corre in Italia”.
Nel Regno Unito le elezioni hanno portato un miglioramento nel rapporto con il mercato finanziario. La vittoria netta dei laburisti, che torneranno al governo dopo quattordici anni, regala stabilità ma il compito dei parlamentari guidati da Keir Starmer non sarà facile. Con un rapporto debito/PIL sopra il 100%, i laburisti dovranno far crescere l’economia tenendo sotto controllo le spese. La crescita è infatti fondamentale, secondo S&P’s per stabilizzare un debito che, secondo le previsioni drammatiche dell’Office for Budget Responsibility, potrebbe superare il 300% entro il 2070. Invecchiamento demografico, cambiamento climatico e tensioni geopolitiche sono tra i maggiori pericoli da affrontare secondo l’organismo britannico.
Il Giappone, pur avendo il rapporto debito/PIL più elevato tra le cinque grandi nazioni analizzate, è considerato dai mercati più sicuro, almeno nell’immediato. La sua stabilità è legata al fatto che la maggior parte dell’indebitamento dello Stato è posseduto internamente, quasi il 90%. Gli investitori esteri valgono meno del 10% del debito del Sol Levante. Per confronto, il debito italiano è detenuto all’estero per circa il 28%, una percentuale che i governi stanno cercando di ridurre mediante il collocamento diretto ai privati (BTP Italia, Btp Valore, Btp Futura). Tuttavia, secondo le analisi del governo giapponese, gli interessi che ogni anno vengono pagati sul debito pubblico raddoppieranno nel prossimo decennio fino a sfiorare i 25.000 miliardi di yen (circa 160 miliardi di dollari). Il Giappone è in uscita da una politica di tassi a zero, e dunque i rendimenti sono destinati ad alzarsi.









