Euro-dollaro si riaffaccia sotto 1,04 in attesa di Fed e BCE

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Il cambio euro-dollaro è scivolato sotto 1,04 nel corso della seduta che porta alla riunione della Federal Reserve, la prima del 2025, stasera alle 20:00. L’euro viene scambiato, dopo il giro di boa di metà seduta, a 1,0390, con un calo di quasi mezzo punto percentuale. Si riavvicina così ai minimi del 10 gennaio scorso a 1,0221.

È significativo che il movimento avvenga prima delle riunioni delle principali Banche centrali mondiali, la Fed (oggi) e la BCE (domani). Jerome Powell e Christine Lagarde proseguiranno su strade divergenti nella gestione della leva dei tassi di interesse.

 

In questo articolo:

  • Il contesto in cui si muove l’euro-dollaro
  • Torna la domanda: parità o non parità
  • Sull’euro pesano anche le elezioni in Germania

 

Il contesto in cui si muove l’euro-dollaro

Le aspettative riguardo le decisioni della Federal Reserve e della BCE sono determinanti nel guidare il sentiment del mercato sul cambio euro-dollaro. Gli investitori sanno che la Fed non taglierà i tassi di interesse stasera e temono di veder sfumare anche le due riduzioni previste nel corso del 2025. Al contrario la BCE domani ridurrà il tasso centrale di 25 punti base potandolo al 2,75% dal 3% attuale. Il differenziale a livello di tassi centrali tra le due sponde dell’Atlantico arriverà, in tal modo, all’1,75%.

Il mercato valutario ha già scontato parte di questo differenziale con la discesa che dal mese di ottobre scorso ha portato il cambio euro-dollaro da 1,1136 fino ai minimi in area 1,0221 (-8%). Tuttavia le condizioni economiche, e ora anche politiche visto l’inizio del nuovo mandato di Donald Trump, tra Stati Uniti ed eurozona continuano a divergere.

“Alla base della forza del dollaro – spiega un recente commento del team Global Fixed Income, Currency and Commodities di J.P. Morgan AM – ci sono ragioni sia positive che negative. Negli Stati Uniti, la crescita – spinta soprattutto dai consumi – è stata vigorosa e ha portato a un rialzo del tasso neutrale della Federal Reserve”.
Secondo gli esperti dell’asset manager ciò ha attratto capitali verso l’area del biglietto verde. A ciò si aggiunge il premio al rischio che il mercato sta scontando in attesa dell’attuazione delle politiche dell’amministrazione Trump, “soprattutto per quanto riguarda i dazi e gli ulteriori stimoli fiscali”. Sul fronte opposto, invece, le aspettative di crescita per l’Europa sono basse “a livello del 2016”.

 

Torna la domanda: parità o non parità?

La domanda che torna a far capolino tra gli investitori è se le due valute possano arrivare fino alla parità di un euro per un dollaro.
Con le riunioni della Fed e della BCE imminenti, gli investitori monitoreranno attentamente qualsiasi indicazione sulle future politiche monetarie. Uno scostamento dallo scenario attuale, che prevede due tagli dei tassi di interesse da parte della Fed e tagli a ogni riunione del 2025 per la BCE, potrebbe favorire un recupero dell’euro o un rafforzamento del dollaro.

In particolare, considerando che il mercato ha scontato scenari negativi per l’eurozona, la probabilità che ci siano sorprese positive nel Vecchio continente appare maggiore, cosa che potrebbe evitare alle due valute di raggiungere il livello di parità. Tuttavia, negli USA si dovrebbe al pari assistere a un’adozione di politiche fiscali e commerciali (leggasi dazi) da parte dell’amministrazione Trump, più lentamente di quanto atteso inizialmente, in maniera da non innescare accelerazioni della dinamica inflazionistica.

 

Sull’euro pesano anche le elezioni in Germania

Domenica 23 febbraio 2025 la Germania andrà a elezioni anticipate. Un evento raro da quelle parti, più comune in Italia. La Germania, con la sua economia in crisi (nel 2024 il PIL è sceso dello 0,2%), è uno dei punti dolenti dell’euro. Difficile prevedere rilevanti recuperi “autoctoni” della moneta unica fino ad allora.

Anche perché al centro della contesa elettorale c’è il confronto tra due concezioni di politica fiscale: chi vuole spendere di più e chi vuole spendere di meno. “Il nuovo governo tedesco che si insedierà dopo le elezioni del 23 febbraio dovrà affrontare sfide fiscali sostanziali. L’attuale piano fiscale per il 2024-2028 rivela un gap di finanziamento medio di fino a 23 miliardi di euro all’anno (o 0,5% del PIL) per la prossima legislatura. Le richieste di ingenti aumenti della spesa per la difesa e nuove infrastrutture aggiungeranno nuova pressione fiscale” ha commentato Niklas Garnadt, di Goldman Sachs International.

Secondo l’analisi di Goldman Sachs a queste richieste si dovrà fare fronte con “una riforma del freno al debito costituzionale, un nuovo fondo per la difesa fuori bilancio, un fondo speciale per gli investimenti in infrastrutture. Tutte e tre le opzioni richiedono una maggioranza qualificata di due terzi”. Non sarà una strada facile e per l’euro ciò rappresenta un freno aggiuntivo.

Immagine di Alessandro Piu

Alessandro Piu

Direttore responsabile di Borsa&Finanza da gennaio 2025, è entrato a far parte della redazione nel giugno 2022. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004.

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