L’avvento dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti apre interrogativi sugli impatti economici che le politiche annunciate in campagna elettorale potrebbero avere, sia a livello nazionale che globale. Tra queste: deregolamentazione, riforme fiscali, immigrazione e dazi. Tutte presentano implicazioni diverse, spesso in contrasto tra loro, dipendenti dalla velocità con cui verranno adottate.
È iniziata da questa considerazione la presentazione del Global outlook 2025 di BNP Paribas a cura di Luigi Speranza, capo economista, e Luca Pennarola, senior european economist. In questo articolo:
- I possibili impatti delle principali politiche di Donald Trump
- Banche centrali: la divergenza tra BCE e Fed
I possibili impatti delle principali politiche di Donald Trump
Donald Trump ha portato avanti durante la sua campagna elettorale quattro principali temi:
- Deregolamentazione
- Politica fiscale
- Dazi
- Immigrazione
Si è già dibattuto molto sull’effetto inflazionistico che queste potrebbero avere. Luigi Speranza ne ha tratteggiato i contorni, anche di approvazione temporale. Per esempio, il primo tema è uno dei cavalli di battaglia di Trump ma richiederà tempo e negoziati complessi prima di essere approvato. Nonostante ciò i mercati hanno dimostrato di apprezzarlo, tanto che “è stata già scontata nei prezzi degli asset” spiega Speranza. L’effetto, in ogni caso è positivo.
Meno determinante sarà, secondo il capo economista di BNP Paribas, la politica fiscale. In primo luogo perché i tagli alle tasse dei consumatori sono solo “una conferma di qualcosa che già c’è”, in secondo luogo perché la riduzione della corporate tax ipotizzata “non avrà un grande impatto”. Inoltre è da considerare che, sul piatto opposto della bilancia, verranno messi tagli alla spesa. “L’effetto delle politiche fiscali potrebbe essere più evitare una contrazione che espansivo per l’economia” precisa Speranza.
Dazi e immigrazione sono probabilmente i due temi che peseranno di più, sia sull’inflazione che sulla crescita. “Ipotizzando dazi doganali del 25% sui prodotti cinesi e del 3% su quelli del resto del mondo, lo stesso PIL statunitense potrebbe risultarne impattato dell’1% circa”. L’impatto principale arriverà verso fine 2025 quando la Fed sarà costretta a essere meno espansiva di fronte al tema inflazione.
Banche centrali: la divergenza tra BCE e Fed
Fed e BCE prenderanno strade divergenti nel 2025, a fronte di economie che si muovono a velocità diverse. La prima potrebbe tagliare i tassi in tutte le riunioni fino alla metà del prossimo anno, riducendo il costo del denaro al 2%, la seconda potrebbe invece prendersi una pausa a gennaio. C’è anche il rischio, paventato da Speranza, che la pausa si prolunghi per tutto il corso dell’anno.
L’aumento del differenziale tra i tassi di interesse in eurozona e quelli negli Stati Uniti spingerà ancora il dollaro USA nei confronti dell’euro. Per gli investimenti in eurozona dovrebbero essere buone notizie. “Sull’Europa – ha spiegato Luigi Speranza – il sentiment è molto negativo in questo momento, mentre vengono sottovalutati i rischi positivi”. Tra questi l’implementazione del Piano Draghi, come ha sottolineato Luca Pennarola. “Storicamente nei momenti di difficoltà l’Europa riesce a prendere decisioni importanti. Anche se il Piano Draghi non è quantificabile in termini numerici, la sua implementazione anche parziale porterà comunque dei miglioramenti”.
Tra i settori economici che potrebbero beneficiare del prossimo passo avanti dell’Unione europea ci sono, per esempio, la transizione energetica e la difesa. In ogni caso, conclude Pennarola, “l’implementazione anche limitata del Piano porterà miglioramenti nella produttività dell’economia”.









