Petrolio: grandi banche USA vedono un calo fino a 60 dollari

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I prezzi del petrolio sono in crescita in questo inizio settimana nel mercato delle materie prime. Il Brent e il West Texas Intermediate guadagnano circa un punto percentuale rispettivamente oltre 71 e 67 dollari. Sono soprattutto due i fattori a dare carburante alle quotazioni del greggio in questo momento.

In primo luogo le tensioni in Medio Oriente, con gli Stati Uniti che hanno lanciato un’offensiva militare nei confronti delle basi degli Houthi nello Yemen. L’attacco è stato messo in atto come risposta agli assalti che il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran ha effettuato nei confronti delle navi commerciali americane nel Mar Rosso. Tra queste anche le petroliere che trasportano il greggio. Le schermaglie rischiano di ritardare le consegne dei carichi e quindi di restringere l’offerta.

In secondo luogo, la Cina ha presentato nel fine settimana un piano per rilanciare i consumi interni attraverso misure che tendono ad aumentare il reddito delle famiglie. Il Dragone è il più grande consumatore mondiale di petrolio. Di conseguenza, una maggiore propensione al consumo tende ad accrescere anche la domanda di greggio e quindi il prezzo.

 

Petrolio: le banche di Wall Street sono ribassiste

A Wall Street però le principali banche non sono ottimiste sui prezzi dell’oro nero. L’ultima a rivedere al ribasso le quotazioni è stata Goldman Sachs. In una nota, la banca d’investimento americana vede il Brent tra 65 e 80 dollari al barile dai 70-85 dollari di una precedente stima.

A far mutare la proiezione è la pressione negativa sulla crescita economica degli Stati Uniti esercitata dalla guerra commerciale e l’aumento dell’offerta da parte dell’Opec+. Il presidente USA Donald Trump ha inasprito i toni durante il fine settimana, ribadendo che i dazi del 25% su acciaio e alluminio non prevedono eccezioni per alcun Paese e annunciando che dal 2 aprile entreranno in vigore tariffe reciproche contro le nazioni che a loro volta le hanno messe sulle merci statunitensi. Quanto all’Opec+, il cartello dei Paesi esportatori deve fare i conti con l’eventualità di perdere quote di mercato a vantaggio degli Stati Uniti, se tenesse l’offerta bassa. La sua speranza è che l’economia cinese si riprenda e aumenti la domanda ai livello del passato per far risalire i prezzi del greggio.

“Sebbene il crollo di 10 dollari al barile da metà gennaio sia superiore alla variazione prevista dal nostro scenario base, riduciamo di 5 dollari le nostre previsioni per il Brent, a dicembre 2025c a 71 dollari”, hanno scritto gli analisti della banca americana. “I rischi a medio termine per le nostre previsioni rimangono al ribasso, data la potenziale ulteriore escalation tariffaria e gli aumenti della produzione dell’Opec+”.

In precedenza, Citigroup, JPMorgan Chase, Morgan Stanley e Bank of America hanno affermato che il Brent potrebbe scivolare verso i 60 dollari al barile nella seconda parte del 2025. In particolare, Citigroup vede una media di 60 dollari nel secondo e terzo trimestre, prima di un’ulteriore discesa a 55 dollari nel quarto, mentre JPMorgan prevede una media di 61 dollari al barile, con la possibilità di un crollo a 50 dollari se gli Stati Uniti alleggerissero le sanzioni per mantenere sul mercato il petrolio proveniente da Russia e Iran.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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