Tassi di interesse: Bce e Fed su strade diverse nel 2023, chi ne beneficia - Borsa&Finanza

Tassi di interesse: Bce e Fed su strade diverse nel 2023, chi ne beneficia

Christine Lagarde (Bce) e Jerome Powell (Fed) al forum Bce di Sintra in Portogallo

L’Europa è già in recessione, gli Stati Uniti quasi, il punto di svolta nella politica monetaria della Fed non è ancora arrivato mentre per la Bce il rialzo dei tassi di interesse nel 2023 sarà problematico. Ruota attorno a questi quattro punti fermi l’outlook di Mirabaud AM presentato alla stampa dal responsabile Italia David Basola e dal capoeconomista Gero Jung. Come conseguenza, in termini di asset allocation tattica l’asset manager svizzero, che conta su 34 miliardi di euro di capitali in gestione a fine 2022, si mantiene prudente con gli unici spazi di sovrappeso dedicati al dollaro Usa, in particolare contro l’euro, agli investimenti alternativi e in oro e ai tematici, soprattutto cambiamento climatico e invecchiamento demografico.

 

Fed, troppo presto per la svolta sui tassi di interesse

Il 2022 è stato caratterizzato da un severo rallentamento economico. Secondo le attese per fine anno di Mirabaud la crescita globale si attesterà al 3% a fine anno dal 6% nel 2021. Il processo di rallentamento continuerà anche nel 2023 ma sarà meno marcato. A livello di singole aree geografiche l’attesa è per una recessione leggera negli Stati Uniti mentre in Europa – che secondo Jung sta già affrontando una recessione in questo ultimo trimestre del 2022 – la frenata sarà più intensa. La migliore tenuta dell’economia statunitense, insieme a un’inflazione che ha origini diverse rispetto a quella europea, porterà a una divergenza nelle scelte di rialzo dei tassi di interesse della Federal Reserve e della Bce.

Sul fronte della politica monetaria, pertanto, ci potrebbero essere delle sorprese per i mercati rispetto alle attuali attese. Al termine dell’ultima riunione del Fomc il presidente della Banca centrale statunitense Jerome Powell ha ipotizzato un rialzo dei tassi più esteso. Nessuna svolta, per il momento, anche se le Borse hanno dimostrato di crederci dopo il dato sull’inflazione Usa in ottobre diffuso ieri (+7,7% tendenziale contro attese a +8%). Secondo Gero Jung non basta: “È troppo presto per parlare di un punto di svolta della Fed – ha commentato nel corso della presentazione -. La Banca centrale Usa aspetterà che i prezzi scendano con più decisione verso il 2%, soprattutto per quanto riguarda la rilevazione core al netto di energia e alimentari”.

Per il capo economista di Mirabaud l’inflazione statunitense è più pericolosa di quella europea e la Fed, partita in ritardo nel contrastarla, lo sa: “L’inflazione Usa – ha ripreso Jung – è guidata dalla domanda, a sua volta trainata dagli ingenti stimoli economici approvati durante la crisi del Covid e pari al 27% del Pil. Inoltre le pressioni salariali sono più evidenti che in Europa. Le pressioni sui prezzi sono di natura strutturale, guidate da beni, servizi e alloggi, la crescita dei salari rimane forte e continua ad alimentare una spirale prezzi/salari che, a nostro avviso, rappresenta un rischio reale. Per avere una vera svolta bisognerà aspettare che l’economia si deteriori ulteriomente. Solo allora Mirabaud pensa di aumentare l’esposizione al mercato azionario nel suo complesso (attualmente underweight) e ridurre invece quella al dollaro Usa.

 

Il grafico mostra l'incremento salariale negli Stati Uniti, ancora molto forte, nell'rdine del 6%
La pressione sui salari negli Stati Uniti è ancora molto forte – Fonte: Atlanta Fed

 

Bce, rialzi in forse per il 2023

Diametralmente opposta è la posizione della Bce che potrebbe dover rinunciare a proseguire una politica di restrizione monetaria aggressiva a fronte di una condizione dell’economia europea diversa e peggiore rispetto a quella degli Stati Uniti. “L’Europa è già in contrazione – ha spiegato Jung – ma soprattutto la sua inflazione è in gran parte determinata dall’aumento dei prezzi dell’energia”. Pesano inoltre le difficoltà della Cina, un importante mercato per i paesi esportatori europei, soprattutto per la Germania la locomotiva che secondo il capo economista di Mirabaud non è più capace di trainare. Gli indici Pmi sono in contrazione da qualche mese e il rallentamento è esteso a quasi tutti i settori dell’economia con la Germania che ha un’ulteriore difficoltà: non si trovano lavoratori qualificati.

Per queste ragioni l’asset manager prevede un rallentamento dell’inflazione, anche per il venir meno degli effetti base di confronto che sono stati protagonisti nel 2022, e minori pressioni per il rialzo dei tassi dalla Germania in quanto “la recessione in Germania sarà più forte che altrove”. “Alla luce di tutto ciò – è la conclusione di Jung – non prevediamo una posizione aggressiva da parte della Bce nei prossimi mesi in quanto l’esito dell’ultima riunione suggerisce che l’Istituto di Francoforte dipenda ormai completamente dai dati e che il rialzo dei tassi di interesse non abbia il pilota automatico. Inoltre, il fatto che la Presidente Lagarde abbia sottolineato il ritardo con cui la politica monetaria dispiega i propri effetti, suggerisce una minore rigidità futura”.

L’Italia non scamperà alla recessione, già iniziata in questo trimestre secondo Jung, pur partendo da una posizione migliore rispetto a quella della Germania. La domanda del Belpaese si è indebolita con il rialzo dei prezzi energetici che sono stati trasferiti in misura maggiore sui consumatori rispetto a quanto accaduto in altre nazioni.

 

L’asset allocation di Mirabaud

Lo scenario descritto nel corso della presentazione, su cui pesano i rischi per la supply chain in Europa e le politiche zero-Covid che ancora incombono sulla Cina, non permette ancora di aumentare l’esposizione azionaria nei portafogli. “Il picco dell’inflazione non è ancora stato raggiunto” ha certificato Gero Jung. Opportunità interessanti ci sono invece nel mercato obbligazionario, soprattutto nel segmento corporate-investment grade “dove il profilo rischio/rendimento è di nuovo favorevole e gli spread creditizi sono superiori alla media di lungo periodo. Privilegiamo le scadenze brevi su emittenti di qualità. Per quanto riguarda le obbligazioni sovrane, privilegiamo una duration elevata. Al di sopra del 4%, la parte a lunga scadenza della curva dei rendimenti offre rendimenti interessanti e protezione da uno scenario di grave recessione”.

AUTORE

Alessandro Piu

Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia, dal giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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